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    N. 5 - SETTEMBRE - OTTOBRE 1999

    Edizione italiana 
     
     

    CONGREGAZIONE GENERALE
    24 agosto - 3 settembre 1999
    Bamberg

    "LA MISSIONE DEL CARMELO PER IL
    TERZO MILLENNIO"
     
     

    SOMMARIO

    CONGREGAZIONE GENERALE 1999: CRONACA

    ELENCO DEI PARTECIPANTI

    DISCORSO INTRODUTTIVO DEL PRIORE GENERALE

    RELAZIONE DEL CONSIGLIERE GENERALE PER 
    L'EVANGELIZZAZIONE

    RELAZIONE DEL CONSIGLIERE GENERALE PER
    LA GIUSTIZIA E LA PACE

    RELAZIONE DEL CONSIGLIERE GENERALE PER 
    L'AMERICA LATINA

    RELAZIONE DEL CONSIGLIERE GENERALE PER 
    LA FORMAZIONE

    UNO SGUARDO AL SECOLO CHE TRAMONTA. DIMENSIONE SOCIALE, ECCLESIALE, CARMELITANA, NELLA PROSPETTIVA DI CONVERSIONE DEL GIUBILEO

    APERTI AL FUTURO DI DIO
     


     



     

    CONGREGAZIONE GENERALE 1999
    CRONACA


    La Congregazione Generale di questo sessennio si è svolta dal 24 agosto al 3 settembre 1999 nel convento carmelitano di Bamberg in Germania. Hanno partecipato una sessantina di religiosi rappresentanti di tutte le Province, i Commissariati Generali / Provinciali e le Delegazioni Generali dell'Ordine.

    Martedì, 24 agosto

    Dopo la preghiera del mattino, alle ore 10.00, i partecipanti alla Congregazione si sono radunati nell'aula principale dove il P. Christian Körner, priore della casa, ha indirizzato ai convocati il benvenuto a nome della comunità locale e della Provincia. Il Priore Generale, P. Joseph Chalmers, ha risposto ringraziando la Provincia della Germania Superiore per l'accoglienza a questa Congregazione. Inoltre ha salutato tutti i presenti, incluso P. Ulrich Dobbmam, Definitore Generale e rappresentante dei Carmelitani Scalzi. Il P. Ulrich, a nome del Preposito Generale OCD, ha ringraziato l'assemblea per l'invito e ha augurato a tutti i presenti un proficuo lavoro per tutto l'Ordine. Seguiva una breve presentazione di tutti i partecipanti.

    Poi il Priore Generale ha fatto seguito il suo discorso introduttivo, sottolineando dieci argomenti principali: Fedeltà creativa, Vocazioni, Formazione, Cultura, Finanze, Famiglia Carmelitana, Comunicazioni sociali, Giustizia e Pace, L'organizzazione dell'Ordine, La missione.

    Verso le 11.45 ha preso parola il Segretario Generale, P. Tarsicio Gotay, presentando all'assemblea il programma generale, l'orario quotidiano e i moderatori. Dopo una breve discussione i partecipanti hanno approvato sia l'Ordine del giorno e l'orario con piccole modifiche. L'orario di massima era: ore 7.30 preghiera del mattino, 8.00 colazione, 9.00 prima sessione, 11.00 seconda sessione, 12.30 pranzo e siesta, 15.00 terza sessione, 17.00 eucaristia, 18.00 cena, 19.00 preghiera della sera / lectio divina e riposo. Come moderatori sono stati nominati i PP. Carlo Cicconetti (Ita), Mario Esposito (SEL) e Antonio Silvio da Costa Junior (Flum).

    La terza sessione del pomeriggio è stata dedicata ai lavori in sette gruppi linguistici. Ogni gruppo aveva l'impegno di esaminare la relazione del Priore Generale e di proporre altre tematiche per l'Ordine non affrontate. I risultati dei gruppi sono stati comunicati dai segretari in assemblea generale durante la seconda parte della terza sessione.

    La giornata si è conclusa con la celebrazione eucaristica e un barbecue nel cortile del convento.

    Mercoledì, 25 agosto

    Il moderatore del giorno, P. C. Cicconetti, ha dato inizio al programma invitando i membri del Consiglio Generale a comunicare la loro relazione. Durante la prima sessione hanno preso parola:
    - P. Anthony Scerri, con la sua relazione sull'evangelizzazione in Africa, Asia e Australia;
    - P. Míceál O'Neill, presentando la realtà dell'Ordine nel settore della Giustizia e Pace;
    - P. Alexander Vella, comunicando le date di varie attività nel campo della Formazione;
    - P. Wilmar Santin, sulla realtà dell'Ordine in America Latina.
    La seconda sessione del mattino è stata dedicata ai lavori in gruppi linguistici. I partecipanti sono stati invitati a discutere le relazioni dei Consiglieri Generali. Il loro feedback è stato comunicato dai segretari dei gruppi durante la terza sessione del pomeriggio.

    A seguito l'elezione all'episcopato del P. Lucio Renna, durante il giorno il Priore Generale ha comunicato ai presenti che il Consiglio Generale ha nominato Procuratore Generale dell'Ordine il P. Josef Jancar, religioso della Delegazione Generale Boemia e Moravia (attualmente al CISA, specializzando in Diritto Canonico), e il P. Tarsicio Gotay (Arag-Por) Delegato Generale per il Laicato Carmelitano.

    Giovedì, 26 agosto

    Il P. M. Esposito, moderatore, dopo aver salutato i presenti, ha comunicato alcuni avvisi e un messaggio d'augurio proveniente dalla Delegazione Generale "Tito Brandsma" della Colombia. Poi, ha invitato i Provinciali, Commissari e Delegati a illustrare brevemente la realtà del loro territorio, includendo le risposte alle seguenti domande:
    - Quali sono i tre principali punti forti nella vita e nell'apostolato dei Carmelitani dove abiti?
    - Quali sono i tre punti deboli più noti?
    - Quali sono le tre cose più importanti che aiuterebbero a migliorare la presenza dei Carmelitani e il lavoro che realizzano ed a renderli più incisivi?

    Per facilitare sia la comunicazione e la discussione, i territori dove sono presenti i Carmelitani sono stati raggruppati secondo sette aree geografiche. Dopo la comunicazione da ogni gruppo, i partecipanti alla Congregazione Generale hanno avuto il tempo opportuno per chiedere o aggiungere ulteriori spiegazioni. Durante le tre sessioni del giorno è stata comunicata la realtà dei seguenti territori: Prov. Germania Superiore, Prov. Germania Inferiore, Prov. Polacca, Del. Gen. della Boemia e Moravia, Prov. Olandese, Prov. Britannica, Prov. Irlandese, Comm. Prov. dello Zimbabwe (Hib), Prov. Catalana (& Venezuela), Prov. Castigliana, Prov. Arago-Valentina, Prov. Betica, Comm. Gen. del Portogallo, Del. Gen. della Francia, Prov. Italiana, Comm. Prov. del Congo (Ita), Prov. Napoletana, Comm. Gen. "La Vergine Bruna", Prov. Maltese (& Bolivia, Italia), Prov. Americana PCM (& Perù, Messico). Alla fine della terza sessione, poiché il tempo a disposizione era scaduto, è stato deciso di continuare con le presentazioni il giorno seguente.

    Venerdì, 27 agosto

    Il moderatore del giorno, P. M. Esposito, ha dato inizio ai lavori del giorno con la continuazione delle presentazioni da parte dei Provinciali e Commissari sulla realtà dell'Ordine nei loro territori. Durante le due sessioni del mattino è stata completata l'informazione alle seguente aree: Prov. americana di S. Elia (& Trinidad, Vietnam), Comm. Prov. delle Antille (Arag), Comm. Prov. della Venezuela (Baet), Del. Gen. "Tito Brandsma" della Colombia, Prov. di Rio de Janeiro, Prov. di Pernambuco (& Mozambico), Comm. Prov. di Paranà (GerS), Comm. Prov. dell'India (GerS), Comm. Prov. delle Filippine (Neer), Prov. Indonesiana, Prov. Australiana.

    Durante la terza sessione del pomeriggio, P. Alexander Vella ha tenuto una conferenza sulla Lectio Divina, durante la quale ha presentato il suo sviluppo dall'inizio della Chiesa fino ad oggi e il suo marco incisivo sulla Regola e sulla vita carmelitana. Oltre alla spiegazione del metodo tradizionale da parte del conferenziere, i partecipanti hanno avuto l'occasione di chiedere chiarificazione e di comunicare la loro esperienza della Lectio Divina.

    La celebrazione eucaristica, in suffragio dei religiosi defunti, è stata molto significativa. Al momento dell'offertorio, ogni Consigliere Generale ha invitato i membri della propria regione a ricordare i nomi dei religiosi defunti che erano impegnati in quella regione.

    Sabato, 28 agosto

    Il P. A. Silvio da Costa Junior, moderatore, dopo aver intonato il Flos Carmeli e comunicato alcuni avvisi, ha invitato il P. Nicola Barbarello (Neap) di presentare all'assemblea il Sig. Salvatore Schirone, un Terziario Carmelitano di Bari (Italia), relatore del giorno. Nel suo discorso, "Uno sguardo al secolo che tramonta. Dimensione sociale, ecclesiale, carmelitana, nella prospettiva di conversione del Giubileo", il Sig. Schirone ha parlato su tre argomenti: (a) Una sintesi del Secolo, (b) La postmodernità, Dio, la storia e la Chiesa, (c) La Chiesa e il Carmelo all'alba del Terzo Millennio. Appena finito i presenti hanno potuto commentare e chiedere chiarificazioni sulla presentazione.

    La seconda sessione del giorno è stata lasciata libera per eventuali visite alla città. Durante la terza sessione del pomeriggio, i membri della Congregazione Generale, si sono suddivisi in sette gruppi per rispondere ad alcune domande presentate dal relatore del mattino. Poi in aula hanno comunicato le loro risposte.

    Domenica, 29 agosto

    E' un giorno di riposo. Alle 9.00 del mattino, dopo la preghiera e la colazione, la maggior parte dei membri della Congregazione hanno partecipato ad una escursione, guidata dal P. Christian Körner, la quale includeva una vista al campo di concentramento di Dachau e una visita al convento carmelitano di Straubing.



    I partecipanti sono arrivati a Dachau verso le 11.30. A mezzogiorno hanno celebrato l'eucaristia, ricordando i beati Tito Brandsma e Ilarione Januszewski, due Carmelitani che hanno sofferto il martirio a Dachau. L'atto penitenziale della Messa è stato celebrato nella cappella principale del campo mentre la proclamazione della Parola e l'Eucaristia nel Carmelo del Preziosissimo Sangue delle monache Carmelitane Scalze (fondato nel 1964) che si trova ai confini del campo di concentramento. Dopo la celebrazione, le monache hanno accolto il gruppo nel loro parlatorio, composto da varie stanze, dove hanno consumato il pranzo a sacco. Fino alle 15.00 i partecipanti hanno potuto visitare il museo, le due baracche ancora in piedi, il crematorio ed altri luoghi commemorativi.

    Da Dachau i partecipanti sono partiti per Straubing dove i Carmelitani hanno un grande convento e una grande chiesa di stile barocco, molto ricca di opere d'arte e d'immagini di santi carmelitani. La comunità, composta da cinque frati, ha accolto il gruppo internazionale con molta gioia e grande ospitalità. Un religioso della comunità ha accompagnato i presenti per la visita guidata della chiesa e del convento, mostrando le opere più prestigiose della casa. Prima della loro partenza da Straubing, la comunità ha offerto al gruppo la cena in un ristorante locale. Il rientro a Bamberg è stato verso le 23.00.

    Lunedì, 30 agosto

    Il P. C. Cicconetti, moderatore, dopo aver letto un messaggio d'augurio inviato dai Laici Carmelitani della Provincia Italiana riuniti a Sassone, ha avviato i lavori del giorno invitando il P. Pere Soler, Economo Generale, a presentare la sua relazione sul finanziamento dei lavori di ristrutturazione del Centro Internazionale Sant'Alberto e della Curia Generalizia. Appena conclusa la relazione, il resto della prima sessione e quella successiva sono stati dedicati alle domande, chiarificazioni e proposte.

    La terza sessione del pomeriggio è stata lasciata libera per gli incontri della Regione Asia e della Regione America Latina. Il resto del giorno si è svolto secondo il programma.

    Martedì, 31 agosto

    Le sessioni del mattino sono state dedicate alla relazione intitolata "Aperti al futuro di Dio" di Fr. Günter Benker (GerS), un religioso giovane dell'Ordine. Nella sua presentazione Fr. Günter ha affermato la tesi che il nostro Ordine avrà futuro soltanto se rispetterà il passato e accetterà la realtà così come è e vivrà una fraternità contemplativa in mezzo alla gente della società moderna. Dopo la presentazione, il moderatore del giorno, P. M. Esposito, ha invitato l'assemblea ad esprimersi circa la relazione, che è risultata molto attuale.

    Per la sessione pomeridiana i partecipanti sono stati invitati a riprendere il lavoro in gruppi e riflettere su quanto comunicato in questi giorni e per individuare tre o quattro argomenti significativi da affrontare nel prossimo Capitolo Generale.

    Mercoledì, 1 settembre

    La mattina è stata dedicata alla relazione del P. Alexander Vella, Consigliere Generale per la Formazione, circa la nuova Ratio Institutionis Vitae Carmelitanae. Il moderatore del giorno, P. A. S. da Costa Junior, ha informato i presenti che il tempo a disposizione per questo argomento doveva essere diviso in tre parti di un'ora ciascuna per: (a) La relazione di P. A. Vella, (b) Il lavoro in gruppi sull'ultima bozza della RIVC, (c) La relazioni dei gruppi ed altre proposte dall'assemblea.

    Nel pomeriggio i partecipanti si sono incontrati nell'aula alle 15.00 per ulteriori comunicazioni da parte del P. P. Soler, Economo Generale.

    Dopo la terza sessione i membri della Congregazione, accompagnati dal P. Richard Winter, Provinciale (GerS), si sono recati al santuario di Viezehnheiligen dedicato a quattordici santi, dove alle 18.00 hanno celebrato l'eucaristia e poi cenato in un ristorante vicino.

    Giovedì, 2 settembre

    Ha moderato i lavori del mattino il P. C. Cicconetti, il quale dopo aver dato alcuni avvisi, ha invitato il P. Vincenzo Mosca (Neap) a parlare della Domus Carmelitana, che sarà inaugurata il 25 settembre 1999. Poi i segretari dei gruppi riuniti il Martedì pomeriggio hanno comunicato le loro riflessioni sui temi che devono essere affrontati dal Capitolo Generale 2001. Inoltre i presenti hanno avuto la possibilità di suggerire il luogo e il tempo dello stesso.

    I medesimi argomenti per il Capitolo Generale sono stati ripresi durante la terza sessione del pomeriggio. Una volta esauriti gli interventi dei presenti, hanno preso parola il P. A. S. da Costa Junior e il P. Joseph Chalmers, Priore Generale. Il P. Antonio ha parlato del "Progetto Isidoro Bakanja" iniziato dalla Provincia di Rio de Janeiro a favore dei senza tetto. Il Priore Generale ha comunicato varie iniziative che il Consiglio Generale ha in programma per il futuro:
    * Nel 750° anniversario dello Scapolare (nel 2001), un'occasione per approfondire la spiritualità del Carmelo, sono previsti:
    - un simposio per esperti in mariologia che sarà tenuto nel settembre del prossimo anno;
    - una lettera dal Priore Generale O.Carm. e dal Preposito Generale OCD insieme indirizzata a tutti i membri della Famiglia Carmelitana;
    - un incontro dei Consigli Generali O.Carm - OCD a Aylesford che si terrà il prossimo maggio.
    * La pubblicazione di un libretto in varie lingue che da uno sguardo generale su tutti i componenti della Famiglia Carmelitana.
    * In occasione della ristrutturazione e del suo centenario, il 9 ottobre 1999 si terrà la benedizione del Centro Internazionale Sant'Alberto, Roma.

    La sessione si è conclusa verso le 16.00, permettendo così ai membri della Congregazione Generale di disporre questo tempo per rispondere ai vari questionari.


    Venerdì, 3 settembre

    Ha moderato l'ultime due sessioni del mattino il P. M. Esposito. Durante questo tempo, i partecipanti della Congregazione Generale hanno revisionato e votato a favore di due proposte e un decreto:
    = Proposta n. 1: La divisione uguale delle spese dei viaggi al Capitolo Generale.
    = Proposta n. 2: La formazione di una piccola commissione per il finanziamento del Consiglio Generale.
    = Decreto: Il finanziamento dei lavori alla Curia Generalizia e al Centro Internazionale Sant'Alberto.

    A conclusione della Congregazione, il P. Joseph Chalmers, Priore Generale, dopo aver dato un breve resoconto di tutti i lavori svolti in questi giorni e alle sfide che l'Ordine deve affrontare nel nuovo millennio, ha rivolto il suo saluto finale e i suoi ringraziamenti al P. Richard Winter, Provinciale, e P. Christian Körner della Provincia Germania Superiore per l'accoglienza e l'ospitalità manifestata, ai traduttori, ai membri del segretariato, agli incaricati della liturgia, ai moderatori e a tutti i partecipanti che durante queste settimane hanno mostrato un grande senso di unità e con la loro partecipazione hanno contribuito in vari modi al successo di questo incontro.

    La Congregazione Generale si è conclusa alle 17.00 con la celebrazione eucaristica presieduta dal Priore Generale. 


    Anthony Cilia, Direttore CITOC




     

    ELENCO DEI PARTECIPANTI
     

    Gremiales
     
    Rev.mus P. Joseph Chalmers,
    P. Gaspar Mondéjar,
    P. Anthony Scerri,
    P. Míceál O'Neill,
    P. Wilmar Santin,
    P. Alexander Vella,
    P. Pere Soler i Anglada,
    P. Carlo Cicconetti,
    P. Tjeu Timmermans,
    P. Robert Kelly,
    P. Richard Winter,
    P. Luis Gallardo,
    P. Nicola Barbarello,
    P. Rafael Leiva,
    P. Piotr Spiller,
    P. Antonio Silvio da Costa Junior,
    P. Joâo José Costa,
    P. Leo McCarthy,
    P. Amadeo Zammit,
    P. Mario Esposito,
    P. David Hofman,
    P. Manuel Bonilla,
    P. Heribertus Heru Purwanto,
    P. Anton Beemsterboer,
    P. Piet Wijngaard,
    P. Juan de Dios Sanz,
    P. Luigi Nasta,
    P. Henrique Martins,
    P. John Welch,
    P. Bernhard Bauerle,
    P. William Harry,
    P. Ivaní Pinheiro,
    P. John McGrath,
    P. Eddie Albino,
    P. Tomás Ciscar,
    P. Manuel Sánchez León,
    P. Thomas M. Kizhakemury,
    P. Jean Marie D'Undji,
    P. Jan Fatka,
    P. Hugh Canavan,
    P. Gianfranco Tuveri,
    Prior Generalis
    Vices-Prior Generalis
    Consiliarius Generalis
    Consiliarius Generalis
    Consiliarius Generalis
    Consiliarius Generalis
    Oeconomus Generalis
    Prior Provincialis Italiae
    Prior Provincialis Neerlandiae
    Prior Provincialis Hiberniae
    Prior Provincialis Germaniae Superioris
    Prior Provincialis Arago-Valentinae
    Prior Provincialis Neapolitanae
    Prior Provincialis Baeticae
    Prior Provincialis Poloniae
    Procurator Prioris Provincialis Fluminis Januarii
    Prior Provincialis Pernambucanae
    Prior Provincialis Americae PCM
    Prior Provincialis Melitae
    Prior Provincialis Americae S. Eliae
    Procurator Prioris Provincialis Australiae
    Prior Provincialis Catalauniae
    Prior Provincialis Indonesiae
    Prioris Provincialis Germaniae Inferioris
    Prior Provincialis Britanniae Maioris
    Prior Provincialis Castellae
    Commissarius Generalis "La Bruna"
    Commissarius Generalis Lusitaniae
    Commissarius Provincialis Americae PCM
    Commissarius Provincialis Americae PCM
    Commissarius Provincialis Americae PCM
    Procurator Commissari Provincialis Paranae
    Commissarius Provincialis Zimbabuae
    Commissarius Provincialis Philippinarum
    Commissarius Provincialis Antillarum
    Commissarius Provincialis Venetiolae (Baet)
    Commissarius Provincialis Indiae
    Commissarius Provincialis RD Congolensis
    Delegatus Generalis Bohemiae et Moraviae
    Delegatus Generalis Colombiae
    Delegatus Generalis Galliae

    Periti
     
    P. Tomás León, 
    P. Francis Kemsley, 
    Fr. Pat Mullins, 
    P. Martin Segers,
    P. Christian Körner, 
    P. Vincenzo Mosca,
    P. Cees Bartels,
    P. Rogerio De Lima,
    Provinciae Baeticae
    Provinciae Britanniae Maioris
    Provinciae Hiberniae
    Provinciae Germaniae Inferioris
    Provinciae Germaniae Superioris
    Provinciae Neapolitanae
    Provinciae Neerlandiae
    Provinciae Pernambucanae

    Secretariatus
     
    P. Tarsicio Gotay,
    P. José Maldonado,
    Fr. Roberto Russo,
    P. Anthony Cilia,
    P. Attard Mark,
    P. Redemptus Valabek,
    Miguel Norbert Ubarri,
    Secretarius Generalis
    Secretariatui addictus
    Secretariatui addictus
    Director CITOC
    Interpres
    Interpres
    Interpres

    Liturgiae addictus

       P. Godehard Wegner (GerS)

    Convitati

       Fr. Günter Benker (GerS)
       Salvatore Schirone (TOC)
     



     

    DISCORSO INTRODUTTIVO DEL
    PRIORE GENERALE
     

    Mancano due anni al prossimo Capitolo Generale - il primo del nuovo millennio e, secondo l'articolo 272 delle Costituzioni, il Priore Generale deve tenere una relazione sullo stato spirituale e temporale dell'Ordine. Nell'ultimo Capitolo Generale del 1995, fu chiesto al neoeletto Consiglio Generale di preparare un programma globale per il sessennio seguente. Questo programma si fece e si discusse al Consiglio delle Province di Lisieux in 1997. Spetterà al Capitolo Generale valutare il lavoro del Consiglio Generale e determinare fino a che punto il mandato fu eseguito. In questa Congregazione Generale io vorrei delineare la mia visione delle sfide che l'Ordine affronta all'inizio del nuovo millennio. La sfida è una realtà ambigua. Ad alcuni può sembrare un problema; io invece credo che la sfida sia un'occasione dataci da Dio per esercitare la fedeltà creativa. Questa relazione è una preparazione remota per il Capitolo Generale. Forse da questa Congregazione Generale potranno venire fuori delle proposte concrete per il prossimo capitolo.

    1. Fedeltà Creativa

    La sfida principale che affrontiamo come individui e come un Ordine è sempre lo stesso. Siamo chiamati ad essere costantemente fedeli al carisma che Dio ci diede per la Chiesa e per il mondo. Essere fedeli non vuol dire necessariamente ripetere il passato. I tempi cambiano e noi dobbiamo aggiornare il nostro modo di vivere e di presentare il carisma affinché sia uno strumento efficace d'evangelizzazione in una nuova epoca. Non è che cambiamo il carisma, ma piuttosto il modo in cui è presentato. L'aumentiamo e l'arricchiamo dal modo in cui lo viviamo oggi.

    Dio parla a noi in modi diversi. Uno di questi modi si percepisce nei cambiamenti culturali che il mondo d'oggi subisce. Non possiamo dirci fedeli a Dio se non studiamo le Sacre Scritture, ma allo stesso tempo non possiamo dirci fedeli se non ascoltiamo ciò che Dio ci sta dicendo dal cuore del mondo.

    Dobbiamo essere creativamente fedeli. Dobbiamo trovare nuovi modi di incarnare il nostro carisma che corrispondono alle nuove urgenze che emergono dalle culture in cui viviamo. Dobbiamo anche fare attenzione alla questione d'inculturazione. La via carmelitana troverà nuove espressioni secondo le culture in cui è stata piantata. Alcune delle nostre "missioni" tradizionali sono mature ed i missionari stanno responsabilizzando i giovani frati indigeni. Questo può essere un processo doloroso per tutti - ma è come il parto perché verrà fuori nuova vita. I valori carmelitani fondamentali rimangono gli stessi, ma come s'incarnano può e deve essere diverso secondo le culture e le circostanze.

    Tutti gli uomini e donne consacrati "devono continuare a specchiarsi in ogni epoca, alimentando nella

    preghiera una profonda comunione di sentimenti con Lui (cfr. Fil 2,5-11), affinché tutta la loro vita sia pervasa dallo spirito apostolico e tutta l'azione apostolica sia compenetrata di contemplazione" (VC 9). Non c'è dubbio che agli occhi della maggior parte della gente il Carmelo significa preghiera, contemplazione e vita interiore. I Carmelitani fanno diverse cose ed è una delle nostre forze, ma in tutte queste opere apostoliche bisogna esprimere la nostra spiritualità. Siamo anche chiamati alla comunità e al lavoro apostolico in mezzo al popolo. La stragrande maggioranza dei nostri conventi sono parrocchie. Questa è stata una scelta libera o costretta dagli eventi? Vogliamo noi, come Ordine, fare una scelta di direzione per quanto riguarda il nostro slancio apostolico principale? E' chiaro che il lavoro che svolgiamo influisce sul modo in cui incarniamo il carisma. E' questa una questione che andrà lasciata completamente alle Province o dovrà il Capitolo Generale esprimere qualche principio o dare qualche direttiva? Bastano i principi degli art. 91-116 delle Costituzioni sulla missione apostolica del Carmelo o ci vuole qualcosa di più?

    2. Vocazioni

    La situazione vocazionale è drammaticamente diversa nelle varie regioni dell'Ordine. Le Province dell'Europa occidentale, degli Stati Uniti e dell'Australia non hanno più le vocazioni del passato. Malgrado gli sforzi degli animatori vocazionali la situazione è cambiata almeno per il momento. Molte delle Province bene fondate hanno dovuto affrontare la chiusura di vari conventi. Questo può essere un processo doloroso, ma è assolutamente necessario sfrondare i rami perché altri possano germogliare. Se non chiudiamo certi conventi quando è necessario, significherà che i frati soffriranno: dovranno fare sempre più per incontrare le urgenze e di conseguenza la vita comunitaria soffrirà.

    Altre regioni dell'Ordine hanno attualmente un'abbondanza di vocazioni. Come sempre bisogna esercitare il discernimento nella selezione dei candidati. L'esperienza amara ci ha insegnato che un problema di personalità trascurato nel periodo della formazione diventerà un problema molto più grande nel futuro. Io non credo che sia una buona idea accogliere qualunque persona che bussi alla porta. Il discernimento è necessario. Gesù scelse i suoi collaboratori e suggerì ad altri la loro vera vocazione (cfr. Luca 8,38). E ciò nonostante non tutti i discepoli scelti da Cristo sono stati fedeli alla loro vocazione.

    Io credo che le parole di Vita Consecrata (n. 64) vanno ricordate in questo contesto ". . . . .se la fioritura vocazionale che si manifesta in varie parti del mondo giustifica ottimismo e speranza, la scarsità in altre regioni non deve indurre né allo scoraggiamento, né alla tentazione di facili e improvvidi reclutamenti."

    Sia la mancanza di vocazioni in alcune parti del mondo, sia l'abbondanza in altre si presenta con una sfida. In questa situazione che cos'è che Dio ci sta dicendo come un Ordine? E da questa Congregazione Generale c'è qualche risposta che vogliamo dare?

    3. Formazione

    Più tardi in questo convegno avremo l'occasione di studiare insieme la nuova Ratio Institutionis Vitae Carmelitanae (RIVC), e voi avrete la possibilità di esprimere un parere. Io credo che sia molto valido. Abbiamo anche buone Costituzioni. Ora abbiamo molte più fonti carmelitane a nostra disposizione che nel passato. C'è stato un enorme progresso nel campo della ricerca e della pubblicazione. Ovviamente il lavoro della formazione non si limita alla lettura di testi per quanto questi siano buoni. Nella nuova RIVC troviamo una buona teoria della formazione a tutti i livelli - ma che quale è la realtà delle nostre Province? Non è che naturale difendere il nostro proprio terreno - ma io vi supplico di essere onesti, almeno con voi stessi. Se la formazione nella vostra Provincia o Commissariato è perfetta potete saltare la prossima sezione. Se, invece, sapete che la situazione non è perfetta, che cosa avete intenzione di farne e che cosa possiamo fare noi come Ordine?

    Prima di tutto, per che cosa stiamo formando le persone? Ovviamente formiamo le persone a diventare buoni Carmelitani, ma questa è una realtà molto complessa. Non possiamo essere buoni Carmelitani se non siamo buoni esseri umani. Ci sono alcune abilità umane di base necessarie per rendere la vita in società sopportabile. Se queste abilità non si sono imparate in famiglia devono essere insegnate proprio all'inizio della formazione. Ci sono diversi elementi di cui bisogna tenere conto nel processo della formazione. Ci sono il livello umano, il livello intellettuale e il livello spirituale. Ovviamente questi elementi si influiscono a vicenda. Questi elementi vanno coltivati lungo tutta la vita. Sono come uno sgabello a tre gambe. Se una gamba non è equilibrata tutto lo sgabello è squilibrato. E' possibile trovare una persona intellettualmente brillante che però agisce come un bambino quando le cose non vanno secondo i suoi desideri. Ci sono altri, invece, che denigrano la vita intellettuale. L'optimum sarebbe che tutti e tre degli elementi si sviluppassero in armonia.

    Nessuno è perfetto, si capisce, però si può sperare che tutti noi stiamo facendo un cammino spirituale. Questo cammino ci chiede molto, perché siamo chiamati a passare per il deserto dove siamo purificati e dove arriviamo alla maturità in Cristo. E' grande la tentazione di abbandonare il difficile cammino ed accontentarci della mediocrità. Nel documento Vita Consecrata, il Papa ci indica l'importanza delle varie fasi del processo formativo. Scrive che negli anni intermediari la vita può diventare monotona e ci può venire la tentazione di perdere coraggio perché i risultati sembrano pochi (VC 70). Ogni Provincia perde frati dopo la professione solenne e dopo l'ordinazione - c'è qualcosa che possiamo fare per rimediare questa situazione? E' inevitabile o c'è qualche problema nella formazione che possiamo risolvere?

    In Vita Consecrata il Papa dice, "I formatori perciò devono conoscere bene il cammino della ricerca di Dio affinché possano accompagnare altri nello stesso cammino" (VC 68). Coloro che capiscono qualcosa del cammino della ricerca di Dio sanno bene che ci sono momenti di scoraggiamento e delusione, momenti in cui ci sentiamo come il profeta Elia seduto sotto l'albero senza il desiderio di continuare. A causa delle molte possibilità offerte oggi, non è raro che un individuo abbandoni la vita consacrata o il sacerdozio quando incontra il buio. Magari l'individuo spera in questa maniera di scappare dal buio. E può darsi che per un po' di tempo riesca a fare proprio questo - che riempia il vuoto con nuove cose e nuove relazioni, ma in realtà porta con se i suoi problemi e prima o poi li incontrerà di nuovo in un'altra forma. Io credo che sia d'importanza vitale che nel processo di formazione che dovrebbe durare per tutta la vita d'un Carmelitano, diventiamo consapevoli del fatto che il buio, la delusione e lo scoraggiamento sono tappe normali del cammino e non necessariamente indicazioni di abbandono della vita consacrata.

    Uno degli effetti del processo iniziale di formazione è di aiutare ciascuno a scoprire da se stesso che la vita carmelitana non è il suo cammino a Dio. In un mondo ideale questo si scoprirebbe prima del noviziato - però non viviamo in un mondo ideale e forse è soltanto dopo aver vissuto la nostra vita per qualche anno che si scopre che Dio sta chiamando l'individuo altrove.

    Abbiamo un profondo influsso su quelli che vengono da noi, ed anche se non continuano a camminare insieme con noi, abbiamo il sacro dovere di dare ai nostri candidati la migliore formazione possibile. Questo vuol dire trovare formatori ideali, il che vuol dire scegliere e formare bene queste persone. Ogni Provinciale ed ogni Consiglio deve considerare e preoccuparsi di tanti valori, ma uno dei più importanti deve essere la formazione. La formazione di formatori è più importante che mantenere tutti i nostri impegni apostolici?

    Nel concetto di formazione bisogna controbilanciare vari valori. Io ho avuto tutta la mia formazione iniziale dopo il noviziato al Centro Internazionale Sant'Alberto (CISA) in Roma. Il sistema non era perfetto però credo che lì io abbia imparato molto - e non soltanto nel senso intellettuale. Certo ho incontrato molti Carmelitani che non avrei mai incontrato se non fossi stato a Roma. Ho avuto anche l'occasione di imparare e parlare altre lingue. Ora sembra che la maggior parte delle Province preferiscano fare quasi tutta la formazione iniziale in Provincia. Certamente questo è l'espressione di un valore - ma non è l'unico valore che esiste. Non vuol sempre dire che qualcuno sta ricevendo la formazione nella propria cultura perché in diverse Province ci sono frati di diversa cultura in formazione. Siamo membri di una fraternità internazionale e oggigiorno sentiamo molto del villaggio globale. Questi elementi, come influiscono sulla nostra politica di formazione? Facciamo abbastanza per promuovere l'internazionalità dell'Ordine? Se no, che altro possiamo fare?

    Dalle mie visite alle comunità carmelitane del mondo, e dai miei colloqui con i frati, so bene che ci sono molti problemi nella formazione. C'è una seria mancanza di formatori. Questo vuol dire che alle volte a persone poco adatte vengono dati compiti importanti nel processo formativo - o altri sono presi dal lavoro preferito per riempire una lacuna. Una cosa innegabile che ci confronta è la necessità che le Province e i Commissariati lavorino insieme nella formazione per il bene dei candidati. Sono ben consapevole delle difficoltà della formazione collaborativa e che le esperienze del passato non sono sempre state felici. Sono anche consapevole che ogni Provincia ha una sua cultura e che quando due Province cercano di lavorare insieme - anche nello stesso paese - ci possono essere seri contrasti di cultura. Proprio a causa di questi problemi ho suggerito varie volte un altro metodo di formazione collaborativa. Se una vera formazione collaborativa non è possibile, non è possibile che una Provincia abbia un noviziato o uno studentato aperto a candidati di altre Province? Questo già esiste in una o due regioni ma forse sarebbe il caso di farlo anche in altre. Rimane il noviziato o lo studentato di una Provincia, ma la sua impostazione sarà rispettata dalle altre Province che vi mandano candidati. Sono questioni che vanno discusse a livello locale, ma forse questa Congregazione può anche fare dei suggerimenti.


    4. Cultura

    Al Capitolo Generale di 1995 si formulò una politica culturale. Quando arrivò il momento di metterla in pratica alcune difficoltà divennero evidenti. Prima di tutto c'era la difficoltà di capire il significato della parola "cultura" come la usava il Capitolo Generale. Poi c'era la difficoltà di capire il compito del "Delegato di Cultura" proposto dal capitolo - come distinguere il suo lavoro da quello dell'Institutum Carmelitanum, o del Consigliere Generale responsabile per la Regione.

    Il Consiglio Generale prese la decisione di nominare come Delegato di Cultura, P. Paul Lennon (Hib); il suo compito sarebbe di promuovere gli studi superiori nell'Ordine. Per vari motivi non si fece molto. E' importante, si capisce, che i Provinciali promuovano gli studi superiori nelle loro Province e Commissariati. Io mi chiedo - che altro possiamo o dobbiamo fare per quanto riguarda questa questione?

    E l'Institutum Carmelitanum a Roma - quale sarà il suo avvenire? Ci sarà sempre un numero sufficiente di frati Carmelitani qualificati per continuare il lavoro dell'Istituto? Gli sviluppi continui nel campo delle comunicazioni globali - che effetto avranno sull'Istituto? Che pensate di un "Istituto virtuale", cioè i membri possono vivere in diverse parti del mondo ma comunichino e creano programmi insieme Regolarmente? Questo può riuscire? E come? Che pensate di unire i nostri sforzi agli altri istituti carmelitani del mondo e creare una biblioteca carmelitana su Internet? E' importantissimo che sia dato il tempo e la possibilità di fare le ricerche ai quei frati che ne siano competenti. Il lavoro pastorale è importante, ma lo è anche la ricerca accademica. Dobbiamo dare il nostro appoggio a quelli che sono in grado di fare queste ricerche. Se il loro lavoro si svolge all'interno della propria Provincia ci dev'essere qualche protezione affinché non siano sopraffatti da altri impegni.

    5. Finanze

    Più tardi in questa riunione ci sarà una relazione sulle finanze dell'Ordine e sul lavoro fatto al palazzo della Curia Generalizia e al CISA. A questo punto io vorrei proporre alcune questioni per discussione. Come tutte gli Ordini il nostro sta cambiando: le Province nel mondo sviluppato sono in declino e allo stesso tempo c'è un forte aumento di vocazioni nelle regioni sottosviluppate del mondo. In pratica questo vuol dire che nel futuro ci sarà molto meno denaro per finanziare i nostri progetti. Cominciamo adesso a considerare le possibilità eventuali prima che siamo forzati a fare decisioni in fretta?

    E' possibile trovare un mezzo per fare la Curia Generalizia economicamente più indipendente delle Province? Succede spesso che il Consiglio Generale scelga frati per certe cariche per il solo motivo che sono già presenti a Roma e così si fa qualche risparmio. Altre volte abbiamo deciso di non fare qualcosa utile solo per evitare le spese. Speriamo che quando i debiti del rinnovato CISA saranno pagati la situazione economica della Curia Generalizia sarà migliore. Nel passato il Piano Finanziario è stato un tentativo di rendere la Curia più indipendente - ma il piano non è risuscito a creare le entrate anticipate. Vale la pena di considerare la creazione di un Ufficio di Sviluppo per la Curia Generalizia? Come potrebbe funzionare? Questo significherebbe un cambiamento nelle regole della Commissione Economica Generale che ha il compito di dare consiglio tecnico all'Economo Generale? Sarebbe possibile dare a questa stessa Commissione il compito di cercare fondi per il lavoro dell'Ordine dal settore commerciale o da fonti filantropiche? Alcune Province hanno già qualcosa come un ufficio di sviluppo. Se ci fosse un entità simile per la Curia Generalizia sarebbe una intrusione nella raccolta di fondi delle Province?

    6. Famiglia Carmelitana

    Sono sicuro che tutti noi, dalla propria esperienza, siamo convinti delle parole del documento postsinodale Vita Consecrata - "la partecipazione di laici comporta spesso profonde e inattese percezioni di certi aspetti del carisma; queste percezioni possono portarci a una interpretazione più spirituale del carisma e darci indicazioni per nuove attività apostoliche" (VC 55).

    In questi ultimi anni la Famiglia Carmelitana è cresciuta e sviluppata moltissimo con nuovi membri e nuovi gruppi. Ci sono nuovi modi di capire le relazioni tra i vari componenti dell'Ordine. Questi sviluppi ci arricchiscono tutti. Al Capitolo Generale di 1995 si è espresso il desiderio di definire con più precisione chi sono i membri della Famiglia Carmelitana. Troviamo una definizione molto larga di questa nostra Famiglia Carmelitana nell'art. 28 delle Costituzioni.

    Credo che non possiamo e magari non vogliamo dare una definizione stretta alla Famiglia Carmelitana in questo momento. Ci sono, però, alcune questioni che vanno affrontate nel futuro, tra le quali la posizione del tradizionale Terz'Ordine in mezzo alla Famiglia. In alcune località è fiorente mentre invece in altre non ci sono membri. Cos'è per noi l'importanza del Terz'Ordine in mezzo alla Famiglia Carmelitana? Alcuni preferiscono la frase "Laici Carmelitani". Stiamo parlando qui della stessa cosa?

    C'è anche la questione della Regola del Terz'Ordine. La Santa Sede approvò l'attuale legislazione in 1976 per un periodo di tempo limitato. Dobbiamo presentare legislazione aggiornata. Che cosa dovremo presentare? In alcune Province la Regola di Sant'Alberto è l'ispirazione preferita del Terz'Ordine e l'attuale Regola dei terziari serve come Costituzioni - cioè applica la legislazione Albertina alla vita laica. Per altri questo è un errore serio. I rappresentanti del Terz'Ordine furono interpellati su questo in una riunione a Fatima (settembre 1998) e le questioni saranno di nuovo presentate alla riunione dei Laici Carmelitani in Sassone (aprile 2000). Un testo è già stato inviato ai direttori del Terz'Ordine affinché loro possono darlo ad alcuni gruppi per studio e per commento. Questo testo è basato sull'attuale Regola del Terz'Ordine con alcune modifiche proposte dalla commissione per i Laici Carmelitani. E' necessario che ci sia una sola Regola per tutti o è possibile avere due gruppi - uno che segue la Regola di Sant'Alberto e usa l'attuale legislazione come Costituzioni e un altro gruppo che segue la Regola del Terz'Ordine com'è sempre stata con alcune modifiche basate su documenti moderni?

    7. Comunicazioni sociali

    E' chiaro che il campo delle comunicazioni sociali è in fase di rapido sviluppo. Alcune nostre Province hanno pubblicazioni eccellenti e hanno anche home pages su Internet che attirano molta attenzione. Come sapete anche la Curia Generalizia ha una sua home page. Nel 1998 abbiamo nominato P. Henk Hoekstra (Neer) come Delegato Generale per le Comunicazioni Sociali. Egli ha proposto un corso su questa materia ed è stato presentato durante il corso di formazione permanente in gennaio 1999. In CITOC 1999, numero 2, si può leggere il messaggio del gruppo che ha frequentato il corso. Hanno fatto una serie di suggerimenti che elenco qui e che possono diventare la base di una discussione ulteriore:

    Che altro possiamo fare come un Ordine nel campo delle Comunicazioni Sociali? Come possiamo usare meglio questi mezzi moderni per il bene di tutto l'Ordine e per la nostra missione nella chiesa e nel mondo?

    8. Giustizia e Pace

    Come una fraternità contemplativa al servizio del popolo di Dio dobbiamo prendere a cuore le parole di Vita Consecrata - il Cristo che s'incontra nella contemplazione, è lo stesso Cristo che vive e soffre nei poveri (VC 82). Nello stesso paragrafo si parla dell'opzione per i poveri come inerente nella stessa struttura dell'amore vissuto in Cristo. "Coloro tuttavia che vogliono seguire il Signore più da vicino, imitando i suoi atteggiamenti, non possono non sentirsene coinvolti in modo tutto particolare. La sincerità della loro risposta all'amore di Cristo li conduce a vivere da poveri e ad abbracciare la causa dei poveri." (VC 82).

    Come frati abbiamo fatto questa scelta per i poveri - ma che significa in pratica? Quale effetto avrà questa scelta sulle nostre strutture e su come svolgiamo la nostra missione?

    Credo che ci sia un problema con questo nel nostro Ordine. In molti luoghi è una questione esaurita che non sembra avere più vita. Quelli che si sono impegnati a lavorare nel campo di Giustizia e Pace sono spesso isolati. Altri membri della Provincia insistono, e con ragione, che lavorano anche loro per e con i poveri. Ci sono infatti molte opere meravigliose che si svolgono nell'Ordine per aiutare i poveri e gli emarginati. Ma io credo che la giustizia e la pace vanno al di là del semplice lavorare per i poveri. Ci pongono delle domande: Perché ci sono tanti poveri non solo nei paesi sottosviluppati ma anche nei paesi ricchi? Perché il numero dei senza tetto aumenta inesorabilmente nelle nostre città?

    Non siamo noi che evangelizziamo i poveri - ma noi che abbiamo bisogno di essere evangelizzati dai poveri. Io credo che il Vangelo abbia un aspetto diverso considerato dal punto di vista dei poveri. Che cos'è il futuro della promozione di pace e giustizia per l'Ordine intero e per la struttura del Consiglio Generale?

    9. L'Organizzazione dell'Ordine

    Sotto questo capo vorrei iniziare una riflessione sulle strutture future dell'Ordine. In quelle zone dove mancano le vocazioni, non sarebbe l'ora di considerare la possibilità di amalgamazione? Abbiamo l'esempio della nuova Provincia Italiana. L'unificazione è un processo delicato che richiede la preparazione e la comprensione. Io non credo che questo processo è qualcosa da fare in extremis; abbiamo bisogno di un piano che guarda al futuro - come usare le nostre risorse nel modo migliore per il bene della missione dell'Ordine come tale e più importante per il bene del Regno.

    In alcune parti del mondo la struttura delle regioni sembra funzionare bene mentre invece in altre parti non tanto bene. Dobbiamo ripensare questa struttura? Avete dei suggerimenti?

    Dobbiamo anche riflettere sulla struttura del Consiglio Generale. Questo gruppo è eletto dal Capitolo Generale per servire tutto l'Ordine. Vorrei mettere in discussione il funzionamento concreto del Consiglio Generale come viene descritto nelle Costituzioni. Sotto il capo di "Finanze" ho accennato ad alcune questioni che l'Ordine deve affrontare per quanto riguarda il finanziamento del lavoro del Consiglio Generale. Credo che la struttura del Consiglio Generale va esaminata dal punto di vista economico. E' molto facile per un Capitolo Generale determinare che ci vogliono diverse commissioni internazionali - ma qualcuno deve pur pagare le spese. Anche il numero dei membri del consiglio ha delle implicazioni economiche. Posso affermare categoricamente che il Consiglio Generale è molto prudente nelle spese cosicché il costo dello stile di governo descritto nelle Costituzioni corrisponde a quello che è stato presentato nel rendiconto annuale. Può l'Ordine continuare a supportare queste spese? Vuole l'Ordine continuare a supportarle? E' questo lo stile e la struttura di governo generale di cui l'Ordine ha bisogno ora e nel futuro? Potremo fare alcune proposte sulla struttura del Consiglio Generale per la considerazione del Capitolo Generale?

    10. La Missione

    "Chi ama Dio, Padre di tutti, non può non amare i suoi simili, nei quali riconosce altrettanti fratelli e sorelle. Proprio per questo egli non può restare indifferente di fronte alla constatazione che molti di loro non conoscono la piena manifestazione dell'amore di Dio in Cristo. Nasce di qui, in obbedienza al mandato di Cristo, lo slancio missionario 'ad gentes'" (VC 77).

    L'Ordine ha sempre avuto uno slancio missionario; i Carmelitani hanno predicato il vangelo e hanno piantato l'Ordine in molte nuove terre. Negli anni più recenti vediamo una nuova apertura missionaria. Abbiamo fondato missioni in Mozambico e in Trinidad e stiamo iniziando un processo in Vietnam che porterà ad una futura fondazione con forti radici. Le prossime fondazioni che speriamo di fare sono in Kenya, Burkina Faso e Romania. Altri luoghi ci invitano - Lituania, Ungheria, Russia, Liberia, Camerun e Cina. Per fare fondazioni in quei paesi abbiamo bisogno di frati che siano disposti o ad andare in quei luoghi o a dedicare il tempo e lo sforzo ad una nuova fondazione. Anche le Province devono essere disposte ad assumere la responsabilità per questi nuovi slanci missionari.

    Una questione che noi, come Ordine, dobbiamo affrontare è come condividere i valori carmelitani con quelle culture in cui non siamo ancora presenti. La Provincia della Germania Superiore ha affrontato questo problema trent'anni fa quando decise di fare una fondazione in India. Non era possibile inviare frati tedeschi a vivere in India e perciò hanno scelto candidati idonei in India e li hanno portati in Germania dove hanno ricevuto una formazione carmelitana e hanno fatto tutti i loro studi. Allora tornarono in India come responsabili per la fondazione del nostro Ordine in quel paese.

    L'esperimento della Provincia di Germania Superiore è stato un modello per altri esperimenti nel passato più recente. La situazione politica nel Vietnam è tale che stranieri non sono ammessi come missionari. Per il lavoro della Famiglia Missionaria "Donum Dei", abbiamo una ventina di candidati all'Ordine. E' apparso al Consiglio Generale e ad altri come un invito da Dio; grazie alla Provincia americana di Sant'Elia e alla Regione Asiatica, abbiamo risposto all'invito.

    Nel caso di Vietnam, e anche in altri paesi, c'è un altro elemento. Le Province più antiche non hanno più i frati da inviare all'estero per creare una comunità di formazione. Noi del Consiglio Generale abbiamo pensato di coinvolgere più di una Provincia nel progetto. Una Provincia invierà i frati mentre un'altra Provincia assumerà gli obblighi economici - com'è il caso nel Mozambico. Un'altra possibilità è che due o più Province collaboreranno nella stessa missione inviando frati per lavorare insieme.

    C'è anche il caso dove non è possibile inviare frati a un paese dove vogliamo andare o dove ci sono candidati. Due casi vengono in mente. Il primo è Lituania dove abbiamo recentemente ricevuto l'invito di tornare con la promessa di riavere qualsiasi delle nostre chiese. Il secondo caso è il Camerun. Per mezzo del lavoro della Famiglia Missionaria "Donum Dei" abbiamo diversi candidati. I nostri fratelli della Repubblica Democratica del Congo, malgrado la loro situazione difficile, hanno generosamente offerto di prendere parte nella selezione e nella formazione di questi candidati. Altri casi simili esistono. La questione che io vorrei proporre alla vostra riflessione e a quella del Capitolo Generale è il seguente: quale dovrebbe essere la nostra risposta a casi come questi? Varie Province hanno accolto frati da altre culture per la formazione e poi li hanno rimandato nei loro paesi per fondare lì il Carmelo. Ovviamente ci sono delle difficoltà con quest'approccio. E' questo la migliore soluzione per l'Ordine? Ci sono altri possibili approcci? Qual è il desiderio dell'Ordine per quanto riguarda la fondazione dell'Ordine in paesi e culture in cui finora non siamo stati presenti? Io non pretendo che qui in questa Congregazione possiamo trovare risposte chiare a questi interrogativi - ma forse possiamo almeno formulare delle questioni e delle proposte per la considerazione del Capitolo Generale.

    Conclusione

    E' la mia speranza che questa Congregazione Generale sarà una preparazione fertile per il Capitolo Generale. Ci sono molte sfide da affrontare - ma queste sfide ci offrono la possibilità di essere creativamente fedeli alla nostra vocazione di una fraternità contemplativa al servizio del popolo di Dio. Cerchiamo insieme risposte a queste sfide. Cristo, che ci invita a seguirlo, è con noi. "Dove due o tre sono riuniti nel mio nome - ecco io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). 


    Joseph Chalmers, Priore Generale




     

    RELAZIONE DEL
    CONSIGLIERE GENERALE PER
    L'EVANGELIZZAZIONE
     

    Introduzione

    Come figli dell'umanità e figli del nostro tempo, siamo stati maggiormente influenzati da Freud, Jung e dalla psicologia moderna. Risultato di questa influenza e della lunga storia della filosofia greco-romana, e ci siamo rinchiusi in noi stessi e siamo stati assorbiti dal nostro individualismo, creando l'illusione che siamo il centro di tutto, sul livello individuale, comunitario, nazionale ed anche come specie. Ma come figli di Dio, noi Carmelitani siamo figli dei profeti, fratelli della Beata Vergine Maria, in ossequio a Gesù Cristo al servizio degli altri e per dare testimonianza alla salvezza universale che Gesù Cristo portò all'umanità con la sua croce e risurrezione. Dunque, per noi Carmelitani, non c'è né ebreo né greco, non ci sono confini o frontiere, né Carmelitano australiano ne italiano, indiano, congolese o brasiliano. E così Cristo diviene il centro di tutto, su un livello individuale, comunitario, nazionale e di Ordine.

    Dalla nostra ultima riunione a Lisieux in settembre 1997, sono avvenute molte cose nella Regione dell'Africa, Asia e Australia.

    I. Africa

    Burkina Faso: In luglio del 1998, il P. Eugene Kabore (Baet) ed io stesso ci siamo riuniti con il Vescovo Anselme Sanon di Bobo Dioulasso, il quale ci diede il benvenuto e ci aiutò a trovare un luogo adeguato per la nuova fondazione. Abbiamo fatto le nostre raccomandazioni alla Provincia Betica e la Provincia prese la decisione di iniziare la fondazione in dicembre del 1999 con due fratelli della Burkina, uno spagnolo ed un italiano.

    A Burkina Faso ci sono due comunità di Famiglia Missionaria "Donum Dei" a Ouagadougou ed a Bobo Dioulasso. Abbiamo un debito di gratitudine con loro per le nostre vocazioni da Burkina Faso.

    Camerun: In luglio 1998, il P. Carlo Cicconetti (Ita), Provinciale, il P. Jean-Marie D'Undji, Commissario Provinciale del Congo ed io stesso ci siamo riuniti a Butembo, Repubblica Democratica del Congo, per discutere il futuro delle vocazioni per l'Ordine a Camerun. Con grande generosità il Commissariato del Congo accettò la responsabilità per la formazione di vocazioni camerunesi per farle ritornare con il tempo in Camerun. Si decise anche che i formatori provenienti dal Congo sarebbero andati in Camerun, una o due volte all'anno, per riunirsi con i giovani per aiutarli a discernere la loro vocazione prima di trasferirli al Congo. Nonostante la guerra nel Congo e con grande sacrificio, il P. Jean-Marie ha visitato recentemente il Camerun per iniziare il piano. La Provincia Italiana è già impegnata con il Congo, Colombia e con la Romania, tanto finanziariamente come personalmente. Di conseguenza sarà necessario trovare un'altra Provincia per collaborare con il Congo a questo progetto. Ho abbordato una Provincia. La questione è in fase di analisi.

    A M'Balmayo, Camerun, c'è una comunità della Famiglia Missionaria "Donum Dei" ed è grazie a questa comunità che abbiamo molti giovani interessati all'Ordine.

    Repubblica Democratica del Congo: Il Congo è in guerra ed è immerso in un disastro economico e politico. Tuttavia, i Carmelitani presenti stanno bene e sono in crescita. Ricordiamo nell'orazione e con profondo dolore l'assassinio di Fr. Jean-Floribert Mandro Kamaragi da parte di ladri e sembra che siano stati anche motivati politicamente. Ci congratuliamo con i nostri fratelli del Congo per il progresso che stanno realizzando.

    Nel Congo c'è una nuova comunità delle Hermanas de la Virgen María del Monte Carmelo.

    Kenya: Nairobi è un centro di studi avanzati ed il Kenya è un'area che merita la nostra attenzione missionaria. Il Consiglio Generale decise che dovremmo investigare la possibilità di creare lì una fondazione. Ho abbordato la Provincia della Germania Superiore ed il Commissariato Provinciale dell'India ed i fratelli del Commissariato hanno accettato generosamente di inviare missionari in Kenya. Abbiamo anche studenti del Kenya nelle nostre Province di Catalogna e Arago-Valentina. Insieme al P. Manuel Bonilla, Provinciale di Catalogna, abbiamo visitato il Kenya nel giugno scorso. Abbiamo ottenuto una grande quantità d'informazione utile. In questa occasione, qui a Bamberg, spero di avere una riunione con i Provinciali della Germania Superiore, Catalogna, Arago-Valentina e con il Commissario Provinciale dell'India per discutere più a fondo il futuro della missione in Kenya.

    Le monache di clausura di Utrera (Spagna) stabiliranno una fondazione nella diocesi di Machakos, Kenya, nel prossimo ottobre. Quattro monache keniote e tre spagnole formeranno la comunità. Questa sarà la nostra prima fondazione di monache carmelitane in Africa.

    C'è anche una comunità di Famiglia Missionaria "Donum Dei" a Nairobi.

    Abbiamo circa 400 membri del Terz'Ordine sotto la direzione pastorale del P. Joseph De Marie, Padre della Consolata, che ha realizzato il suo apostolato negli ultimi 35 anni. Ha ottenuto l'autorizzazione dell'allora Priore Generale, P. Kilian Healey, ed il permesso dei suoi superiori per portare a termine questo apostolato. Per la sua età avanzata sta aspettando l'arrivo dei nostri fratelli dell'Ordine per affidare loro la cura di terziari.

    Liberia: Abbiamo alcune vocazioni in Liberia grazie alle Suore Carmelitane del Corpus Christi che avevano lì una casa e che dalla dichiarazione della guerra sono ritornate negli Stati Uniti. L'idea di pianificazione per l'istituzione di una fondazione è ancora in fase molto iniziale.

    Mozambico: Nella nostra ultima riunione a Lisieux (1997), ho comunicato che stavamo pianificando una fondazione in Mozambico. Questa fondazione si è realizzata in agosto 1998 quando vennero assegnati Fr. Amilton Vidotto ed P. Severino de Freitas Castro della Provincia di Pernambuco dall'arcivescovo di Beira alla missione di Gorongoza. Da allora, il P. Telesforo Machado (Pern), si unì a questi due fratelli. I Fratelli De La Salle hanno costruito una nuova scuola nella missione. I nostri fratelli hanno realizzato ampie riparazioni nella loro residenza e quattro case per professori. Hanno acquistato anche un veicolo fuori strada con trazione nelle quattro ruote per visitare le stazioni lontane dalla missione e spostarsi attraverso strade molto accidentate. Necessitano ancora di molto aiuto finanziario per riparare la chiesa, due case con vitto ed una cucina per la scuola dei bambini che vengono da lontano ed un regime di internato nella missione. Grande riconoscimento e ringraziamento alla Provincia di Pernambuco per le risorse umane, alla Provincia d'Irlanda per il suo grande appoggio morale e finanziario, al Commissariato Provinciale dello Zimbabwe per la sua cura dei fratelli in Mozambico e per il grande appoggio morale delle Province di Gran Britannia e PCM e del Commissariato Generale del Portogallo per l'assistenza finanziaria molto necessaria.

    In Mozambico abbiamo anche quattro comunità delle Hermanas Carmelitas del Sagrado Corazón de Jesús con le quali abbiamo anche un debito di gratitudine per le vocazioni al nostro Ordine.

    Tanzania: Il nostro primo fratello dalla Tanzania, P. Paul Kaigalura (Brun), che ha fatto la professione solenne quest'anno a Napoli, sarà ordinato sacerdote il 12 settembre 1999. Ci sono altri cinque fratelli della Tanzania nel Commissariato Generale "La Vergine Bruna". Siamo orgogliosi del Commissariato che, nonostante sia molto piccolo, ha un autentico spirito missionario ed è preparato per fare grandi sacrifici per le missioni.

    In Tanzania abbiamo anche le Suore Carmelitane Missionarie di S. Teresa del Bambino Gesù che hanno avuto un ruolo decisivo nella promozione delle vocazioni e nel processo di discernimento di queste vocazioni.



    Zimbabwe: Come nel Congo, il Commissariato dello Zimbabwe ha un rafforzamento progressivo. I nostri fratelli hanno costruito una nuova ala alla casa di studi per alloggiare il numero sempre in aumento di studenti. Le nostre grazie a Dio ed a i fratelli per il grande lavoro realizzato nello Zimbabwe.

    Nello Zimbabwe abbiamo le Serve della Nostra Signora del Monte Carmelo (HOLMC), una Congregazione carmelitana fondata dal Vescovo Donal Lamont (Hib). Hanno circa 100 religiose professe e 20 missioni. Lavorano strettamente con i nostri fratelli.

    Ruanda: Abbiamo bisogno di tenere presenti nelle nostre orazioni le nostre Hermanas de la Virgen María del Monte Carmelo che hanno una casa in Ruanda e vivono sotto una grande pressione a causa della guerra tra Hutu e Tutsi. Con la loro testimonianza annunciano l'amore evangelico in mezzo all'odio.

    II. Asia

    Cina: La razza cinese costituisce più della quinta parte della popolazione mondiale. La Cina Continentale, Taiwan, Hong Kong e Singapore sono i principali centri della popolazione cinese anche se naturalmente, ci sono grandi o piccole comunità cinesi in molti paesi del mondo. Per questo motivo, in gennaio e febbraio scorso ho realizzato una visita a questi quattro paesi. (cfr. CITOC 1999, p. 47-49).

    India, Indonesia, Filippine: Ho riunito questi tre paesi perché tutto quello che posso dire su di loro è che stanno realizzando un eccellente lavoro pastorale e vocazionale che promettono molto bene per l'Ordine.

    Il Commissariato Provinciale dell'India ha due nuove comunità, una a Kerala e l'altra nel Nord dell'India. In India abbiamo anche tre case dell'Istituto di Nostra Signora del Carmelo.

    La Provincia Indonesiana ha iniziato la fondazione di una comunità a Timor Orientale. In Indonesia ci sono due monasteri di monache di clausura carmelitane. Le Hermanas de la Virgen María del Monte Carmelo hanno varie case a Timor Orientale, Java Orientale e Jakarta. Lì ci sono Putri Karmel e Carmelitae Sancti Eliae, due Congregazioni fondate dal P. Johanes Indrakusuma (Indo), e stanno cercando di ottenere affiliazione all'Ordine. Il Terz'Ordine Carmelitano è anch'esso forte ed in aumento in Indonesia.

    Nelle Filippine abbiamo cinque monasteri di monache carmelitane. Ci sono anche due case delle Suore Carmelitane Missionarie di S. Teresa del Bambino Gesù, tre della Congregazione della nostra Signora del Monte Carmelo, nove delle Suore Carmelitane della Nostra Signora ed una della Famiglia Missionaria "Donum Dei". Il Terz'Ordine è grande e si trova in una situazione di grande sviluppo nelle Filippine.

    Vietnam: Nella nostra ultima riunione a Lisieux (1997), il progetto del Vietnam era ancora un progetto per il futuro. Ora è già una realtà. La Provincia americana di S. Elia ha assunto la responsabilità per il progetto con la collaborazione delle Province dell'Indonesia e dell'Australia.

    Attualmente ci sono quattro studenti vietnamiti negli Stati Uniti per la loro formazione iniziale e molti altri in attesa in Vietnam.

    III. Australia

    La Provincia Australiana ha stabilito due comunità di formazione e ha nominato un direttore delle vocazioni a tempo pieno. Questo è stato possibile con la chiusura della parrocchia di Pennington, nell'arcidiocesi di Adelaide, che abbiamo curato per quasi un secolo. Tuttavia, esiste un senso di ottimismo e di speranza per il futuro della Provincia. 


    Anthony Scerri, Consigliere Generale




     

    RELAZIONE DEL
    CONSIGLIERE GENERALE PER
    LA GIUSTIZIA E LA PACE
     

    1. Lettera alle Province

    Nel 1996, abbiamo mandato una lettera a tutte le Province chiedendo di nominare promotori di Giustizia e Pace in quelle Province che ancora non l'avevano fatto. Alle altre Province abbiamo chiesto semplicemente di darci i nomi dei loro promotori. In seguito a questa lettera ci sarebbe contatto con i membri della commissione internazionale per organizzare qualche specie di addestramento per i promotori nominati. Questa lettera ha ottenuto una risposta notevole dalle Province. In alcune delle Province sono stati nominati nuovi promotori, in altre, i promotori attuali sono stati riconfermati e con i promotori di varie Province c'è stato un contatto con la commissione internazionale. Questo lavoro di contatto deve ancora continuare.

    2. Opere della Commissione Internazionale

    La Commissione Internazionale ha avuto vari incontri: a Dordrecht nel 1996, a Madrid nel 1997 e a Roma 1999. La riunione di Dordrecht è stata dedicata a una lettura dei risultati del Capitolo Generale del 1995. Fu pubblicato un documento breve. Nella riunione del 1997 la commissione ha lavorato sul progetto di stabilire promotori in tutte le Province. La riunione di quest'anno, 1999, è cominciata con una riunione della Commissione Generale per il Carisma e la Spiritualità. Dopo uno scambio profondo tra le due commissioni sul modo in cui comprendono il Carisma e il modo in cui cercano di servire l'Ordine, la commissione di Giustizia e Pace ha lavorato su due proposte importanti: un NGO (Organizzazione Non Governativa) Carmelitana presso le Nazioni Unite e un corso di formazione per promotori di Giustizia e Pace. Inoltre la commissione ha presentato dei suggerimenti per il rinnovamento della RIVC e ha dato gli ultimi ritocchi a un articolo sulla Giustizia e Pace per il futuro Direttorio Spirituale. La commissione vede come suo obiettivo maggiore aiutare nella formazione i membri dell'Ordine e della Famiglia Carmelitana, per quanto riguarda lo sviluppo del nostro impegno in quest'area. La commissione qualche volta risponde a richieste dirette di aiuto da membri dell'Ordine. Il Bollettino Tito Brandsma si è verificato uno strumento utile per la comunicazione.

    3. Situazione nelle Province

    America Latina. La parrocchia di Los Rosales (Caracas) ha aperto negli ultimi anni un centro sociale che offre molteplici servizi ai poveri. I fratelli in Colombia continuano a lavorare per la giustizia attraverso le missioni rurali e le comunità di base. In Brasile recentemente una commissione di Giustizia e Pace della Famiglia Carmelitana è stata formata come frutto del lavoro del INTERCAB. Alcuni Carmelitani sono coinvolti nella lotta per la terra in Brasile.

    Asia. L'interesse per la Giustizia e la Pace rimane alto nelle Filippine, in relazione al programma di formazione e il coinvolgimento dei frati con le organizzazioni locali. Ultimamente c'è stato un capovolgimento in Indonesia. La Chiesa e quindi i Carmelitani stanno assumendo posizioni nuove nel sostenere più apertamente la gente nella lotta contro la corruzione e la dittatura. In India il lavoro non è ancora incominciato ma c'è interesse perché abbia inizio.

    In Australia la Provincia ha nominato un promotore nuovo con un interesse speciale per la spiritualità di Giustizia e Pace.

    In America del Nord, la commissione della Provincia del PCM che ha una storia lunga ha continuato a sostenere progetti in tutto il mondo attraverso il CCF (Fondo della Carità) e il CDF (Fondo per lo sviluppo). La relazione data al recente Capitolo Provinciale contiene orientamenti forti per il futuro. La Provincia di S. Elia mantiene la sua Commissione per la Spiritualità e la Giustizia.

    In Europa del Nord la commissione della Provincia di Olanda continua a prendere un interesse nelle aree di salute, immigranti ecc. La commissione organizza giorni di studio per i membri della Provincia. Due di questi hanno avuto luogo recentemente, uno sul tema "Dove cerchiamo noi la faccia di Dio? Stiamo guardando qualche volta nei luoghi sbagliati?" Il secondo ha avuto come tema principale la situazione di immigranti, con la proposta difficile di non accettarne alcuno più. La commissione si incontra cinque o sei volte all'anno. In Irlanda una commissione nuova è stata nominata qualche tempo fa, nominata la "Commissione per la consapevolezza sociale". Questa commissione ha già organizzato due giorni di studio importanti, ha preso parte nella campagna contro il debito internazionale e la moratoria della pena di morte. Ha delle buone prospettive davanti. Le due Province tedesche hanno una commissione congiunta. Questa commissione ha organizzato un progetto che manda giovani volontari nei paesi poveri del Sud per dargli un'esperienza sulla quale devono riflettere e lavorare. In Britannia la commissione è stata riconfermata dal recente capitolo Provinciale, come gruppo che aiuterà il resto della Provincia a conoscere l'esperienza di ingiustizia che ogni frate ha, a riflettere su di essa e trovare modi per affrontarla.

    In Europa Mediterranea la commissione della Regione Iberica continua ad essere molto attiva, insieme con la NGO dei giovani e le opere della parrocchia di Saragossa che continua a offrire un esempio chiaro nell'area di prendersi cura dei poveri nell'ambito urbano. In Malta, la Provincia ha nominato una commissione e vari membri della Provincia hanno preso parte in una serie di riunioni sul tema della prospettiva carmelitana sulla Giustizia e Pace. In Italia, la Provincia italiana ha nominato un nuovo promotore. Le iniziative della parrocchia di Torrespaccata e dei cappellani nell'Ospedale Sandro Pertini (Roma) sono solo due esempi del lavoro che si sta facendo. Nel Carmine Maggiore la mensa e il centro sociale continuano a servire numerosi immigrati e poveri locali.. Il comitato Romano della Famiglia Carmelitana continua a riunirsi ed a riflettere sull'esperienza di ognuno dei suoi membri. Questi incontri vanno avanti da sette anni.

    La situazione in Africa è difficile da valutare. In Zimbabwe la Chiesa ha una storia di impegno molto nota in questioni di Giustizia e Pace. Des Clarke che per molti anni coordinava il lavori di Giustizia e Pace dei frati in Zimbabwe è morto qualche mese fa all'età di 75 anni. Trovare un successore non sarà facile. Nella RD del Congo la situazione è critica. La violenza alla porta ha reso in nostri confratelli molto sensibile ai problemi. Dopo il ritiro di P. Joseph Abad (Aust), è stato difficile trovare un rappresentante africano per la Commissione Internazionale.



    4. NGO Carmelitana presso le Nazioni Unite

    L'ONU offre agli ordini religiosi oggi la possibilità di essere in contatto coi problemi maggiori che concernono il nostro mondo e fare sì che la loro voce e la loro esperienza siano sentite laddove gli affari delle nazioni vengono dibattuti. Ci sono già circa quaranta congregazioni religiose che ora sono riconosciute come NGO presso le Nazioni Unite. Queste NGO possono contribuire agli studi e ai dibattiti che si fanno nelle sedi principali dell'ONU, a New York ed a Ginevra. L'ONU accoglie la partecipazione degli Ordini religiosi, vedendo in loro degli organismi che sostengono i suoi obbiettivi. Gli Ordini a loro volta hanno la possibilità di avere un influsso sull'elaborazione di questi obbiettivi.

    Proposta . . . . . . . . . .

    5. Corso di Formazione Permanente

    Per promuovere l'addestramento di promotori di Giustizia e Pace nelle Province è ritenuto necessario avere un corso simile ai corsi di formazione internazionale organizzati dall'Ordine. Si propone quanto segue: un corso che dura tre settimane, mirato a esplorare il lavoro della Giustizia e Pace da una prospettiva carmelitana. Consisterà di un studio delle situazioni attuali, le Sacre Scritture, il carisma carmelitano e l'insegnamento sociale della Chiesa cattolica. Il corso avrà 60 posti, e sarà aperto a tutta la Famiglia Carmelitana. Avrà luogo in Aylesford nel 2001. Daremo avviso al più presto possibile circa il programma e il costo del corso.

    6. Manuale per promotori di Giustizia e Pace

    Negli ultimi anni, un gruppo di promotori di Giustizia e Pace da una varie Congregazioni religiose (i Carmelitani inclusi) ha prodotto un manuale per aiutare nell'addestramento di promotori nelle varie parti del mondo. Il manuale (di 200 pagina, misura A4) è stato ben ricevuto, da quanto possiamo giudicare a questo punto. È pubblicato in inglese, spagnolo, francese e italiano. Si parla anche di una edizione tedesca che potrebbe uscire in un prossimo futuro. Nelle Filippine i Claretiani hanno pubblicato una versione del testo, in forma di libro attraente.

    In conclusione desidero ringraziare i membri dell'Ordine che hanno servito e coloro che continuano a servire nella Commissione Internazionale, i Provinciali ed i Commissari, che hanno mostrato il loro interesse e hanno sostenuto questo lavoro, e i membri del Consiglio Generale, che continuano a considerare questo lavoro come una priorità. 


    Míceál O'Neill, Consigliere Generale




     

    RELAZIONE DEL
    CONSIGLIERE GENERALE PER
    L'AMERICA LATINA
     

    1. Premessa

    Per capire l'attuale lavoro svolto in America Latina, si deve ricordare la riunione dei superiori carmelitani della Famiglia Carmelitana in America Latina realizzata nel settembre del 1990 in Jacarepaguá - Rio de Janeiro (Brasile). In quella occasione si decise che le attività sarebbero state svolte a livello di Famiglia Carmelitana e che si doveva dare enfasi alla formazione, soprattutto nella preparazione e nelle capacità dei formatori.

    P. Domingo Fragoso (Flum), come Consigliere Generale, organizzò due corsi per formatori. Questi corsi saranno chiamati FOCAL (Formatori Carmelitani dell'America Latina). Tanto nella preparazione come nello svolgimento egli ebbe aiuto e partecipazione di suore. Il primo FOCAL fu realizzato a Rio de Janeiro nel 1992. La sua durata fu di 40 giorni. Il secondo FOCAL fu realizzato in Caracas nel 1994 con la durata di 35 giorni. A questo FOCAL parteciparono anche alcuni studenti.

    2. Riunione dei Superiori - Camocim 1996

    Nel settembre del 1996 fu realizzata un'altra riunione dei Superiori carmelitani dell'America Latina, questa volta a Camocim de Sào Felix, nel Nordest Brasile. Lì si decise di continuare con la realizzazione dei FOCAL e che si doveva costituire una équipe di coordinamento della Famiglia Carmelitana in America Latina. Questa équipe doveva essere formata da quattro persone scelte dal Consigliere Generale. P. Wilmar invitò P. Carlos Mesters, P. Josué Ghizoni, Sr. Marlene Frinhani (Superiora Generale delle Irmas Carmelitas da Divina Providencia) e Sr. Josefina Baraldi (Provinciale delle Suore Carmelitane Missionarie di Santa Teresa del Bambino Gesù). Scelse solo Carmelitani del Brasile per motivi economici, dal momento che non c'è un fondo per pagare i viaggi da un paese all'altro e tutti coloro che sono stati scelti possono con molta facilità riunirsi in Sào Paulo senza spendere molto e ciascuno pagando le sue spese di viaggio. Sr. Josefina morì un anno dopo, vittima di un incidente stradale. Fu sostituita da Sr. Celina Dalazoana.

    3. FOCAL

    Conforme alla decisione della riunione dei superiori, si procedette all'organizzazione del FOCAL d'accordo con i formatori. Furono realizzati 3 incontri FOCAL:

    III FOCAL (Postulandato)
    Il III FOCAL sul postulandato fu realizzato nel Convento del Carmine di Curitiba, dal 28 luglio al 9 agosto 1997. Parteciparono 17 formatori, 8 frati e 9 suore, provenienti soprattutto da tre paesi latino americani: Argentina, Brasile e Perù.

    IV FOCAL (Noviziato)
    Realizzato dal 1 al 15 agosto 1998 nella Casa di Formazione "S. Elia" in Lima, Perù. Parteciparono 19 persona, 13 frati e 6 suore, dei seguenti paesi: Brasile, Perù, Puerto Rico, Repubblica Dominicana e Venezuela.

    V FOCAL (Juniorato)
    Il V FOCAL, il cui tema fu il juniorato, fu realizzato nel Monastero Santa Teresa di Santo Domingo, Repubblica Dominicana. Parteciparono 26 persone, 17 frati e 9 suore, dei seguenti paesi: Brasile, Colombia, Perù, Puerto Rico, Repubblica Domenicana, Stati Uniti e Venezuela.

    4. Riunione dei Superiori - Caracas 1998

    Nel settembre 1998 fu realizzata a Los Teques (Caracas) una riunione dei Superiori della Famiglia Carmelitana in America Latina. Ventidue Superiori e rappresentanti parteciparono all'incontro col tema "Lasciarci interpellare dalle nostre origini mendicanti, per la situazione dell'America Latina e per le tendenze nuove della spiritualità".

    Principali decisioni:

    Da parte dei Superiori del Primo Ordine si decise che si sarebbe dovuto organizzare una riunione di maestri di postulanti per fare un programma più o meno comune di postulandato. Questo potrebbe facilitare un futuro noviziato comune.


    5. Riunione dei maestri dei postulanti

    D'accordo con la decisione dei Superiori fu organizzato l'incontro con i maestri dei postulanti in Merida, Venezuela, dal 8 al 13 febbraio 1999. Parteciparono 14 formatori. Al finale si elaborò un programma comune. Si constatò che c'erano 68 postulanti nell'America Latina, 34 di lingua spagnola e 34 di lingua portoghese.

    6. Altra esperienza di noviziato congiunto

    Nel 1997 fu realizzato in Graziosa, Paranà, un noviziato con novizi dei Commissariato del Paranà, della Provincia di Rio de Janeiro e di Pernambuco con 2 novizi boliviani della Provincia di Malta. Nella decade degli anni 80 già era stata fatta una esperienza simile in Camocim de Sào Felix, PE. Anche questa volta andò bene. Il Commissariato di Paranà e la Provincia di Pernambuco continuano facendo il noviziato insieme. La responsabilità per la conduzione del noviziato è del Commissariato del Paranà.

    7. Numero dei formandi in America Latina

    Durante il V FOCAL, realizzato in Santo Domingo, dal 3 al 17 agosto 1999, si fece una statistica del numero dei formandi carmelitani in America Latina. Il numero è:

    Fase Maschi Femmine Totale
    Postulandato 56 33 89
    Noviziato 21 35 56
    Juniorato 61 103 164
    Totale 138 171 309

    8. Incontro della Commissione mista O.Carm - OCD

    Dal sessennio anteriore si sta realizzando la riunione chiamata mista O.Carm - OCD dell'America Latina. Partecipano alla commissione: PP. Albano Quinn, Bruno Secondin, Carlos Mesters, Pedro Arenas, Tarsicio M, Gotay, Tito Figueirôa e Wilmar Santin, O.Carm., Juan Berdonces, Oswaldo Azuaje, Patricio Sciadini, Raúl Tapia Santamaria, Rómulo Cuartas e Silvio José Báez, OCD, Il primo incontro fu realizzato in Ecuador e il secondo in Puerto Rico. Gli studi del secondo incontro su come i Carmelitani leggono la Bibbia furono pubblicati in spagnolo e portoghese.
    Guatemala - 1996: La riunione ebbe come tema: "Nuovi paradigmi di santità. Una rilettura di alcuni santi carmelitani a partire dall'America Latina". Gli studi furono pubblicati in spagnolo dai Carmelitani Scalzi dell'Ecuador. Saranno anche pubblicati in portoghese.
    Curitiba - 1998: "La dimensione profetica della spiritualità carmelitana". Sarà pubblicata in Messico dai Carmelitani Scalzi.
    Messico - 1999: Tema: "La dimensione apostolica del Carmel". Gli atti saranno pubblicati in Messico.

    9. Visite

    Ho visitato almeno due volte tutti i conventi e case carmelitane dell'Ordine in America Latina. 


    Wilmar Santin, Consigliere Generale




     

    RELAZIONE DEL
    CONSIGLIERE GENERALE PER
    LA FORMAZIONE

    LA NUOVA RATIO INSTITUTIONIS VITAE CARMELITANAE
     

    Nel 1988 l'Ordine ha pubblicato la sua Ratio Institutionis. Era la prima dopo il rinnovamento conciliare e tra gli Istituti Religiosi eravamo tra i primi ad aver elaborato la propria Ratio Institutionis. Non solo; è una delle migliori che ci sono. Il testo definitivo era frutto di un lungo e laborioso iter di consultazioni, riunioni e revisioni che aveva coinvolto la maggior parte degli studiosi e dei formatori dell'Ordine. C'era stato anche un congresso internazionale di formatori che aveva discusso a lungo il documento.

    Credo di non esagerare se dico che la RIVC 1988 è il migliore documento che l'Ordine ha prodotto dal Vaticano II in poi. Sono infatti convinto che esso segna uno spartiacque nella comprensione e presentazione del nostro carisma. E' la prima volta che il carisma viene ufficialmente delineato nei tre elementi di contemplazione, fraternità e servizio, mentre si intuisce che c'è qualcosa di più fondamentale, un elemento unificante che viene descritto come l'esperienza del deserto. Questa presentazione del carisma fatta nella RIVC veniva pian piano recepita nell'Ordine e ha dato vita e contenuto all'elaborazione delle Costituzioni, approvate dal Capitolo Generale 1995.

    Nel frattempo, oltre alle nostre nuove Costituzioni, sono usciti diversi ed importanti documenti della Chiesa, che hanno reso necessaria la revisione della nostra RIVC, peraltro già prevista dalla stessa RIVC (n.133) e prescritta dalle Costituzioni (n. 129). Nel 1990 ha visto la luce il documento sulla formazione negli istituti religiosi Potissimum Institutioni. Nel febbraio 1994 la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha pubblicato il documento La vita fraterna in comunità. Il Sinodo sulla vita consacrata dell'ottobre 1994 ha offerto una riflessione poi elaborata nell'esortazione apostolica Vita Consecrata (1996).

    Una delle prime preoccupazioni del Priore Generale, subito dopo il Capitolo Generale 1995, era quella della revisione della RIVC alla cui elaborazione aveva egli stesso contribuito molto. Questo compito è stato affidato a me come Consigliere Generale per la Formazione.

    Il testo del 1988 era molto buono e per questo si ipotizzava una revisione quasi superficiale che pensasse soltanto ad adeguare la RIVC ai nuovi documento della Chiesa e alle Costituzioni. Il mio progetto era sin dall'inizio più ampio. Non volevo che la nuova RIVC guardasse soltanto indietro, particolarmente alle Costituzioni appena approvate, ma che guardasse in avanti, che facesse cioè qualche altro passo in avanti nella comprensione e presentazione del carisma in vista delle prossime Costituzioni. Questo criterio generale per la revisione della RIVC è stato condiviso dalla commissione internazionale per la formazione che il Consiglio Generale ha istituito con un rappresentante per ognuna delle seguenti aree geografiche: America settentrionale (P. David McEvoy), America Latina (P. Tarsicio M. Gotay), Europa settentrionale (P. Christian Körner), Europa mediterranea (P. Domenico Lombardo per il primi due anni, e poi P. Giovanni Grosso), Africa (P. Jean Marie D'Undji), Asia-Australia (P. Dionysius Kosasih).

    L'iter seguito dalla suddetta commissione per la revisione della RIVC era il seguente: ogni rappresentante regionale organizzava per due anni susseguenti un incontro dei formatori della sua regione per studiare la RIVC e suggerire cambiamenti e miglioramenti nel testo. La commissione si riuniva poi per studiare questi suggerimenti e prendere le decisioni necessarie. Per la redazione del nuovo testo la commissione ha incaricato tre dei suoi membri, PP. Giovanni Grosso, Christian Körner e me. Nel corso di questi ultimi due anni questa sottocommissione si è incontrata quattro volte per una decina di giorni ogni volta. La prima bozza della prima parte è stata inviata a tutti i Provinciali e formatori in aprile 1998. Dai suggerimenti pervenuti abbiamo elaborato una seconda bozza che è stata inviati agli stessi alcuni mesi fa. Ora vi presentiamo anche il resto della nuova RIVC e restiamo aperti ai vostri suggerimenti. I formatori avranno la possibilità di fare dei suggerimenti per le ultime due parti e di studiare l'intero documento nel congresso internazionale per i formatori che si terrà a San Felice del Benaco, Italia, dal 28 settembre al 5 ottobre p.v. La commissione internazionale per la formazione si radunerà in Roma immediatamente dopo per valutare tutti i suggerimenti e la sottocommissione per la redazione del testo preparerà il testo definitivo da presentare al Priore Generale e al suo Consiglio per l'approvazione. Speriamo di poter completare tutto il lavoro in tempo perché il Consiglio Generale possa approvare la nuova RIVC nella sua sessione plenaria di marzo 2000.

    Nell'elaborazione del nuovo testo, la sottocommissione ha preso come testo base la RIVC 1988, cercando di conservare la stessa struttura e gli stessi contenuti, per quanto possibile. Ma nello stesso tempo, aveva come criterio generale quello già accennato di cercare di fare un ulteriore passo nel chiarire il carisma. Inoltre, nella revisione del testo del 1988, ha utilizzato i seguenti criteri:

    ha tenuto presente il cammino della Chiesa e dell'Ordine dall'1988 ad oggi e i nuovi documenti usciti a livello ecclesiale e carmelitano;

    Rispetto alla RIVC 1988, il nuovo documento presenta due novità significative: la parte iniziale sul carisma (cfr. RIVC 1988, I. Dono e missione dell'Ordine, 7-34), che è stata ripresa quasi ad litteram nelle nuove Costituzioni (cfr. Cap. II. Carisma dell'Ordine, 14-27), è stata elaborata in funzione della formazione e inserita nella parte dedicata al processo formativo. Inoltre, l'esigenza di una conoscenza più approfondita e vitale del carisma e della tradizione carmelitani ha spinto a elaborare un Programma di studi carmelitani, che costituisce la terza parte della nuova RIVC. Così, il documento che vi presentiamo consta di tre parti, più una introduzione e un'appendice. La Iª parte corrisponde alla Iª e alla IIª parte della RIVC 1988, più alcuni elementi presi dalla sua IVª parte. Segue poi la IIª parte sulle fasi del processo formativo, corrispondente alla IIIª parte della RIVC 1988. La IIIª parte, completamente nuova, è il programma di studi carmelitani. C'è infine un'appendice nella quale abbiamo cercato di raccogliere i migliori elementi presenti nelle varie appendici della RIVC 1988 per offrire ai formatori un aiuto per la valutazioni dei candidati nelle varie tappe del processo formativo iniziale.

    All'inizio documento abbiamo voluto mettere un brano del Documento finale del Capitolo Generale 1995, che illustra il concetto di viaggio o cammino nella nostra tradizione. Questo brano serve come chiave di lettura di tutta la nuova RIVC in cui presentiamo la formazione come un cammino oppure un processo dinamico. Questa idea è già presente nel primo numero dell'introduzione come la nostra risposta all'amore e alla chiamata di Dio. Nell'introduzione, oltre a richiamare sinteticamente il nostro carisma e la nostra spiritualità, abbiamo voluto anche inquadrare il discorso formativo nel mondo in cui viviamo, da cui siamo influenzati e a cui siamo inviati per evangelizzarlo. L'ultimo paragrafo dell'introduzione ci ricorda che l'unico carisma del Carmelo va espresso e incarnato in culture, epoche e luoghi diversi. E' un principio importante che ci indica sin dall'inizio che ciò che viene detto nella RIVC ha bisogno di essere recepito e inculturato nella realtà concreta di ogni Provincia.



    La Iª parte, "Il processo di formazione", comprende tre capitoli. Nel primo, "Chiamati alla sequela di Cristo", cerchiamo di dare i principi teologici e pedagogici che devono essere alla base della nostra formazione. Molto di questo materiale è ripreso dalla RIVC 1988.

    Il secondo capitolo, "Chiamati alla vita carmelitana", presenta il carisma dell'Ordine in funzione della formazione. In questa parte c'è una novità notevole che in realtà crediamo che non cambia nulla ma solo chiarisce ciò che già diceva la RIVC 1988 e che dicono le Costituzioni sul carisma. La RIVC 1988 presenta il carisma carmelitano come costituito da tre elementi: la dimensione contemplazione, la fraternità, vivere in mezzo al popolo. Poi, dopo aver presentato Elia e Maria come figure ispiratrici, il documento parla dell'esperienza del deserto come l'esperienza fondamentale che unisce tutti gli elementi del carisma. Al n. 28 dice chiaramente, "Nella spiritualità carmelitana il deserto è la vita contemplativa" e segue chiarendo il concetto di contemplazione come viene inteso dalla nostra tradizione spirituale. Noi della commissione e molti formatori negli incontri regionali ci siamo chiesti: qual è quindi la differenza tra la dimensione contemplativa come primo elemento del carisma e l'esperienza fondamentale e unificante del deserto che lo stesso documento identifica con la contemplazione?

    Le Costituzioni riprendono la presentazione del carisma fatta dalla RIVC 1988. Esse incominciano dal "l'esperienza del deserto come processo dinamico unificante" dei tre elementi fondamentali del carisma che poi presentano uno per uno. Ma anche nelle Costituzioni c'è una identificazione sottintesa tra esperienza del deserto e contemplazione. Così al n.15, le Costituzioni chiudono il discorso sull'esperienza del deserto con queste parole: "Quando attraverso questo processo arriviamo a vedere con gli occhi di Dio la realtà, il nostro atteggiamento verso il mondo viene trasformato secondo il suo amore e si manifesta nella nostra vita di fraternità e di servizio la contemplazione della presenza amorosa di Dio." Poi, nei paragrafi che delineano i tre elementi del carisma, è molto chiaro che le Costituzioni stanno implicitamente presentando la dimensione contemplativa come quella che unisce gli altri elementi del carisma (cfr. l'inizio dei nn. 16, 19, 21).

    Alla nostra commissione e a molti formatori pareva che nella nuova RIVC bisognava chiarire quale sia veramente l'elemento unificante del carisma. Nella prima bozza, inviata a tutti i Provinciali e formatori in aprile 1998, avevamo parlato solo di tre elementi costitutivi del carisma, contemplazione, fraternità e servizio, il primo dei quali è l'elemento unificante. La reazione a questo modello era molto positiva, ma il gruppo dei formatori dell'Europa settentrionale ci ha suggerito un altro modello che è quello che abbiamo adottato nella seconda bozza che vi presentiamo. La contemplazione viene presentata come cuore del carisma carmelitano, cioè come l'elemento dinamico che unifica tutti gli elementi del carisma (n. 26). La contemplazione viene intesa come un processo di "progressiva e continua trasformazione in Cristo operato in noi dallo Spirito, (in cui) Dio ci attrae verso di sé in un cammino interiore che porta dalla periferia dispersiva della vita alla cella più interna del nostro essere, dove Egli dimora e ci unisce a sé" (n. 27). E' un cammino che richiede un impegno ascetico (n.28) e che ci porta a fare l'esperienza del deserto (n. 29).

    In questa seconda bozza, il primo elemento del carisma è la preghiera, intesa come l'esperienza di Dio che trasforma. C'è un legame stretto tra contemplazione e preghiera perché la preghiera "è la porta della contemplazione" (n. 31). Inoltre, "nella tradizione carmelitana contemplazione e preghiera spesso si identificano" (ibid.). Negli altri elementi del carisma, cioè la fraternità e il servizio in mezzo al popolo, abbiamo cercato di mettere in rilievo il legame con la dimensione contemplativa. In questo senso è particolarmente riuscito il numero 45 su "Profeti di Giustizia e Pace" che in gran parte si ispira al capitolo sulla Giustizia e Pace del libro The Carmelite Way del nostro confratello P. John Welch.

    Vorrei notare ancora due piccole cose in questo capitolo sul carisma che mi paiono significative. La prima è che alla fine della presentazione di ogni elemento del carisma, viene indicato come formare per questa dimensione. E' un primo tentativo per incominciare a passare dalla teoria alla prassi. Il carisma ora lo conosciamo bene; bisogna però incominciare sul serio a vivere ciò che scriviamo con molta maestria. Il secondo punto che vorrei farvi notare è la ricchezza di citazioni di fonti carmelitane concentrate in questo capitolo ma presenti anche in tutto il documento. E' un modo per ricuperare la nostra ricca tradizione spirituale e per incitare il lettore a conoscerla meglio.

    Il terzo capitolo della Iª parte parla degli "Attori e mediatori della formazione". L'idea base qui è che la formazione è principalmente l'opera di Dio e della persona che risponde alla sua chiamata. Ma in questa opera Dio si serve anche di vari mediatori. Come Ordine mariano, abbiamo voluto seguire l'indicazione del documento Potissimum Institutioni che enumera Maria tra i vari mediatori della formazione. Sulla scia delle nuove Costituzioni abbiamo anche specificato il ruolo dei superiori maggiori nella formazione.

    La IIª parte del documento è dedicata alle fasi del processo di formazione. Qui abbiamo cercato di semplificare il materiale contenuto nella RIVC 1988, evitando di ripetere cose già dette nella Iª parte. Abbiamo anche utilizzato lo stesso schema per tutte le fase e cioè: a) obiettivo e descrizione della fase; b) responsabili; c) struttura e contenuti; d) criteri per il discernimento. In questo ultimo punto si trovano alcune indicazioni che nella RIVC 1988 si trovavano nelle varie appendici per la valutazione da fare in ogni fase. Una fase che appare molto più ricca rispetto alla RIVC 1988 è "la formazione ai ministeri" perché abbiamo cercato di rispondere alla richiesta di molti formatori che volevano accentuare un po' di più questa parte, dato che la maggior parte di noi Carmelitani e dei nostri formandi sono chiamati anche al ministero ordinato.

    La IIIª parte, "Programma di studi carmelitani", è completamente nuova. Già il mio predecessore come Consigliere Generale per la Formazione, Eutiquio García Lazaro, aveva lavorato molto per elaborare una Ratio Studiorum Carmelitarum. Aveva consultato molti studiosi dell'Ordine e ha lasciato una ricca documentazione negli archivi della Curia Generalizia. In quel tempo c'era anche l'idea di elaborare una unica Ratio Studiorum per noi e i nostri confratelli Scalzi, che poi si è visto che non era ancora giunto il momento propizio per farla. La nostra commissione internazionale per la formazione ha deciso, quasi sin dall'inizio del suo lavoro, di non pubblicare un secondo documento, ma di includere la Ratio Studiorum nella Ratio Institutionis. Siamo consci che ciò che abbiamo prodotto è solo un primo tentativo che con l'esperienza fatta con la nuova RIVC va arricchito in una ulteriore revisione.

    Lo scopo di questo "Programma di studi carmelitani" è di assicurare che tutti i confratelli in formazione iniziale in qualsiasi parte dell'Ordine ricevano tutti gli elementi basici per una buona formazione carmelitana. Naturalmente, ogni Provincia adatterà il programma alla sua situazione concreta, enfatizzando alcuni aspetti e aggiungendo altri. Siccome la maggior parte di questa Congregazione Generale è costituita dai Provinciali, vorrei prendere l'occasione per enfatizzare l'importanza di incoraggiare a proseguire gli studi. Data la nostra struttura decentralizzata, il livello culturale dell'Ordine in realtà dipende molto dalla preoccupazione o meno dei Provinciali di dare importanza agli studi e di incoraggiare o anche richiedere da tutti coloro che ne hanno la capacità di fare studi di specializzazione. La nuova RIVC suggerisce di dare la preferenza alle seguenti aree: S. Scrittura, spiritualità, mariologia, liturgia, storia, vita religiosa e patristica. E' una indicazione molto concreta. A voi Provinciali dico: ancora più importante è che vi preoccupate sul serio e concretamente a preparare formatori per le vostre Province. Pochissimi dei nostri formatori hanno ricevuto una formazione specifica per poter svolgere il ministero che avete chiesto da loro. E' una grande mancanza di serietà che non potrà non incidere male sulla formazione dei nostri candidati, malgrado tutta la buona volontà di chi si è trovato a dover improvvisare di fare il formatore.

    La mia più grande soddisfazione nel preparare questa nuova RIVC è stata di aver potuto coinvolgere la maggior parte dei nostri formatori e molti altri confratelli nella sua stesura. Questo lavoro di consultazione non è ancora terminato perché attendo le vostre reazioni e quelli del congresso internazionale dei formatori. Quando sarà approvata, la nuova RIVC sarà un documento che non rispecchierà soltanto la mente della piccola sottocommissione che l'ha redatta, ma quella di tutti quelli che attualmente sono impegnati nel ministero della formazione.

    Infine vorrei precisare che abbiamo scritto questo documento non solo per i formatori e i formandi, ma con l'intenzione che esso servisse come strumento di formazione permanente per tutti noi perché siamo tutti ancora in cammino verso un ideale mai pienamente raggiunto. Perciò è importante che una volta approvata e pubblicata la nuova RIVC, i Provinciali provvedano senza indugio alla traduzione nella propria lingua, dove questo fosse necessario, e trovino modi perché tutti i loro confratelli possano conoscerlo.

    Alexander Vella, Consigliere Generale




     

    UNO SGUARDO AL SECOLO
    CHE TRAMONTA

    DIMENSIONE SOCIALE, ECCLESIALE, CARMELITANA,
    NELLA PROSPETTIVA DI CONVERSIONE DEL GIUBILEO
     

    Lo sguardo nel crepuscolo

    Il secolo che volge al tramonto non può che essere guardato da un osservatorio pienamente avvolto dal suo crepuscolo. Questo crepuscolo è stato definito "postmoderno", perché segna la fine della modernità. È il "crepuscolo degli dei", di quelle ideologie, cioè, che hanno dominato e devastato il mondo attraverso gli assolutismi di destra e di sinistra.

    Ebbene, in questo tramonto noi siamo pienamente inseriti: esso segna l'orizzonte e il limite del nostro sguardo. Pertanto chiunque desidera parlare del Novecento deve sapere di essere un osservatore che partecipa al suo declino, nel senso che lo subisce ma anche contribuisce ad accelerarlo perché giunga presto la calma della notte e con essa la speranza di un futuro luminoso. Ma vi partecipa anche perché, in fondo, è costretto a parlare in parte anche dei suoi ricordi e della sua storia. Non può presumere di avere su di esso uno sguardo oggettivo e nemmeno quella distanza necessaria per poterlo capire: occorre tempo, infatti, perché il tempo diventi memoria e la memoria racconto, possibilità, cioè, che la storia riveli il suo senso.

    Per onestà intellettuale e per facilitare una corretta ermeneutica del mio discorso, che permetta quell'allargamento e fusione degli orizzonti che costituisce ogni comprensione, voglio definire il più possibile il soggetto di questo guardare.

    Sono un laico sposato con due figli e con un po' di studi teologici che mi permettono di vivere del mio lavoro di insegnante di religione nella scuola media superiore statale. E sono un laico della Famiglia Carmelitana, in cui l'essere carmelitano non costituisce una etichetta ma uno stile di vivere la comune sequela di Gesù Cristo, proprio nello spirito indicato dalle nuove Costituzioni (cfr. n. 28).

    Essendo nato nel '65, la mia lettura del secolo partecipa solo per gli ultimi anni, mentre per il resto, il tempo decisivo delle guerre mondiali, la mia conoscenza è prevalentemente libresca. Per questo, è bene precisarlo, il mio è un "osservatorio partecipe", ma coinvolto solo nel suo epilogo. Tuttavia se è vero, come dice un grande poeta, che "la vita la si capisce davvero solo guardandola dalla sua fine" (O. Wilde), il mio sguardo non sarà del tutto insignificante. Inoltre, l'evento giubilare taglierà la mia esistenza in due, nel senso che la mia storia personale viene a coincidere per la prima metà, quella della giovinezza, con l'ultimo quarto di secolo e per l'altra metà, quella della maturità e della vecchiaia - a Dio piacendo - con l'alba del nuovo secolo e millennio.

    Consapevole che il mio è solo "uno" sguardo sul secolo, mi consolano le parole di Franco Venturi: "Il secolo XX, per me, è soltanto il tentativo sempre ripetuto di capirlo". Senza avere, quindi, la pretesa di dire tutto e spiegare ogni cosa, aggiungo fiducioso una mia lettura del secolo appoggiandola il più possibile sul parere di altri illustri autori e, evidenziando la tendenza culturale che a mio parere caratterizzano la postmodernità: la perdita della memoria storica, cercherò di collocarvi il cammino giubilare della Chiesa e, nella Chiesa, del Carmelo, cuore del cuore del mondo.

    1. Una sintesi del Secolo

    Il secolo breve

    Eric Hobsbawm, a cui si deve la felice espressione di "secolo breve", nell'introdurre la sua sintesi (si fa per dire: 681 pagine, escludendo bibliografia e indici), racconta un episodio, che pur avendo avuto poca eco nei mass media, costituisce l'evento simbolico che delimita il "secolo breve". Alla luce dell'ultima guerra in Kosovo, poi, tale evento acquista grande rilevanza. Riporto interamente la bella pagina: "Il 28 giugno del 1992, senza preannuncio, il presidente Mitterand fece un'improvvisa e inattesa comparsa a Sarajevo, centro di una guerra balcanica che doveva provocare nel resto di quell'anno la morte di 150.000 uomini. Il suo scopo era di ricordare all'opinione pubblica mondiale la gravità della crisi bosniaca. Infatti la presenza di un anziano e prestigioso statista in condizioni di salute assai precarie, che sfidava il fuoco delle artiglierie e delle armi leggere, fu un evento degno di nota e fu oggetto di ammirazione. Tuttavia, un aspetto della visita di Mitterrnd passò quasi sotto silenzio, benché fosse uno dei più importanti: la data. Perché il presidente francese aveva scelto di andare a Sarajevo proprio quel giorno? Perché il 28 giugno era l'anniversario dell'assassinio dell'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando, avvenuta a Sarajevo nel 1914, un episodio che condusse, nel giro di qualche settimana, allo scoppio della prima guerra mondiale. Per ogni europeo colto dell'età di Mitterrand balzava agli occhi il nesso tra la data, il luogo e il ricordo di una catastrofe storica innescata da errori di valutazione politica. Scegliere una data così simbolica era il modo più efficace per drammatizzare le possibili implicazioni catastrofiche della crisi bosniaca. Ma quasi nessuno colse l'allusione, se si eccettuano pochi storici di mestiere e qualche cittadino anziano. La memoria storica non era più viva."1

    In questo incipit abbiamo da una parte le coordinate spaziali e temporali del "secolo breve" (chiuso tra questi due eventi simbolici e dalle date, riprese anche nel sottotitolo della sovracopertina del libro: "1914-1991: l'era dei grandi cataclismi"), e dall'altra la chiave fondamentale di lettura: la fine della storia, intesa come oblio, perdita della memoria. L'Autore, infatti, commenta: la "distruzione del passato", cioè di quei meccanismi che collegano "l'esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti", è da considerarsi uno dei "fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento". È il paradosso: l'epoca che ha scoperto il valore della storia e l'importanza della storicità, perde la sua capacità memoriale e il senso più profondo della storia. Eventi così drammatici e imprevedibili l'hanno segnata indelebilmente. Quali?

    La guerra totale

    Non c'è dubbio che ciò che ha caratterizzato il secolo è stata la guerra, nella sua caratteristica di universalità. Trentun anni di guerra: dalla dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia (28 giugno 1914) alla resa senza condizioni del Giappone (14 agosto 1945), quattro giorni dopo lo scoppio della prima bomba atomica. Il Novecento è stato il secolo delle guerre mondiali. Della guerra che fu totale non solo perché coinvolse tutte le potenze nazionali, ma perché, nell'età degli imperi in cui politica ed economia si erano fusi, aveva obiettivi illimitati. La guerra, calda e fredda, è stata la prima e inedita esperienza di globalizzazione.

    La guerra segna lo scenario di questo secolo che si apre e si chiude con una profonda crisi epocale che è politica ed economica. In questa ottica Hobsbawm propone una struttura a trittico o a "sandwich"2, per cui il secolo sarebbe caratterizzato da un'età dell'oro, il trentennio successivo alla seconda guerra mondiale, inserito tra due epoche devastanti: la catastrofe, che va dalla prima guerra mondiale fino ai posteri della seconda, e l'epoca di decomposizione, di incertezza e di crisi che ha seguito la dissoluzione dell'URSS.

    Da crisi a crisi, attraverso la guerra globale.

    La crisi

    Ma, paradossalmente, è proprio il trentennio d'oro che segna l'inizio della vera crisi, quella morale.

    Negli anni '50 fu palese che la crisi mondiale non era solo economica e politica, ma innanzitutto sociale e morale. Era la crisi delle credenze e dei presupposti sui quali la società moderna si è fondata da quando i Moderni vinsero la loro famosa battaglia con gli Antichi all'inizio del settecento, ossia dei presupposti umanistici e razionalistici che furono ancora condivisi sia dal capitalismo liberale sia dal comunismo nella loro resistenza contro il fascismo, il quale invece li rigettò. Erano i germi di una svolta epocale: la postmodernità.

    2. La postmodernità, Dio, la storia e la Chiesa

    Fine della modernità

    Già negli anni cinquanta Romano Guardini, nella premessa al suo volumetto, dal titolo significativo di La fine dell'epoca moderna, annotava: "i tempi moderni sono sostanzialmente terminati", anche se "l'epoca che sorge non ha ancora un nome"3. Successivamente gli storici l'hanno battezzata postmodernità, evidenziandone l'ambiguità: un'epoca che viene dopo la modernità, ma che non ha ancora una sua fisionomia; un "non più ieri ma non ancora domani".

    E non si tratta di un nome provvisorio, nell'attesa di poterla in seguito meglio definire. Postmodernità rivela il suo più autentico carattere di tempo del dopo, tempo di indecisione, ambiguità, di nuova adolescenza dell'umanità, di quell'umanità che esce "disumanizzata" dalla crisi delle ideologie, senza avere più nessuna luce sul proprio cammino.

    La modernità, che era nata nel XVIII secolo con il progetto di "sviluppare una scienza obiettiva, una morale e un diritto universale e un'arte autonoma secondo le rispettive logiche interne" (Habermas 1983), fallì inesorabilmente, provocando la frantumazione del sapere e della coscienza: "Tutto cade a pezzi, il centro non tiene, il mondo è percorso dall'anarchia" (W. D. Yeats).

    La modernità pur rompendo con la tradizione, che riteneva un impedimento per il progresso e il possesso della libertà, non aveva mai smesso di ricercare almeno "il carattere essenziale dell'accidente" (il pittore Paul Klee). Lo vediamo in alcuni poeti, le antenne più sensibili e più ricettive nel cogliere ed anticipare i tempi. Ad esempio Baudelaire (1863), per il quale la modernità "è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell'arte, di cui l'altra metà è l'eterno". Si percepisce la frantumazione dell'unità del vivere e del sentire, ma non si rinuncia, almeno nell'arte, alla ricerca di quella verità eterna, che la poesia intende preservare e contenere, come totalità nel frammento.

    Eppure il XX secolo, sopprimendo anche il bisogno di quell'altra "metà", ritenuta necessaria a Baudelelaire, ucciderà ogni nostalgia dell'eterno, lasciandosi scivolare consapevolmente nell'accettazione della caducità e frammentazione. Ormai è vano qualsiasi impegno in un progetto unitario della vita. L'esperienza è ridotta ad una serie di tempi presenti, si perde la memoria, c'è il saccheggio della storia, la perdita della temporalità, il loro posto è preso dalla ricerca dell'appagamento momentaneo, non c'è più profondità e ricerca della verità.

    La parabola dell'epoca moderna, che va dall'ebbrezza delle visioni totali e totalizzanti del mondo e della vita fino alla loro inevitabile crisi, sfocia nel naufragio di ogni ingenuo ottimismo riguardo alla condizione dell'uomo, generando quella cultura della decadenza che si caratterizza come nichilismo e perdita di ogni passione per la verità e per ogni ideale per il quale valga la pena combattere.4

    Secondo Horkeimer ed Adorno era stata la stessa "dialettica dell'illuminismo" a portare, per la sua sete di potere e dominio, ad Auschwitz e Hiroshima; la modernità portava in seno il tarlo che l'avrebbe distrutta.

    Il secolo breve, chiudendosi, lascia davanti a se un grande vuoto e un senso di malessere: "L'illuminismo è morto, il marxismo è morto, il movimento operaio è morto, e neanche io mi sento molto bene" (Neil Smith).

    Il ritorno di Dio

    Diversi autori, declinando continuamente la comune esperienza di vuoto, descrivono il postmoderno, di volta in volta, su registri differenti, come "tempo della povertà", "notte del mondo", "perdita della patria" (Heidegger), "tempo dell'esilio". L'uomo si accorge di aver perso non solo Dio, ma persino di essersi abituato a questa mancanza. L'umanità ha sperimentato il vero esilio, quello totale e definitivo, in cui si smarrisce persino la nostalgia della Patria. Come dice un detto dei Padri dell'Ebraismo: "L'esilio vero d'Israele in Egitto fu che gli Ebrei avevano imparato a sopportarlo".

    Eppure dal profondo di questo vuoto vertiginoso, inaspettatamente sta rinascendo il bisogno di qualcosa d'Altro, c'è una nuova attesa di salvezza, l'attesa di un Totalmente Altro rispetto a tutto quello che l'umanità può da se stessa produrre e costruire, una genuina attesa di Dio, del Dio vivo e vero, che possa spazzare via ogni idolo e ideologia generatrice solo di morte e distruzione. Il vuoto risveglia un'attesa.5

    Ma l'attesa non produce di per sé l'arrivo di qualcosa o di Qualcuno, e soprattutto il ritorno di Dio non è un ritorno a Dio, almeno non lo è nel modo che potremmo immaginare più ovvio: il ritorno alla tradizione e alla cultura cattolica. In questa ricerca del "tempio perduto", il tempio non è quello di nostri Padri, ma qualcosa di più originario, più esotico e misterioso, meno legato a strutture e ideologie.

    La fine delle ideologie, socialiste o capitaliste, è accompagnata anche dalla crisi delle religioni tradizionali, e tra queste anche e soprattutto del cristianesimo. Esse mostrano ancora i tratti di assolutezza e dogmatismo, che la cultura di oggi rifiuta istintivamente, e dunque sembrano non offrire alternative plausibili.

    Ed è per questo che il ritorno di Dio assume oggi i tratti ambigui di un autentico bisogno dello spirito intrecciato a facili e semplificate risposte religiose. Da una parte, vediamo in occidente l'emergere di nuovi movimenti religiosi e sette, dall'altro, nel sud-est del mondo, il riemergere del fondamentalismo.

    Questi due fenomeni hanno in comune il rifiuto della storia: il primo, ignorandola (si nega la tradizione: fuga dalla realtà e dall'impegno), il secondo, fermandola (si irrigidisce il concetto di tradizione: non c'è sviluppo della conoscenza della verità). Per cui le sette sono destinate a moltiplicare il processo di frantumazione sociale, e il fondamentalismo ad inasprire le differenze e i particolarismi. Entrambi sono in realtà i sintomi più evidenti di quella malattia di cui pretendono di essere la cura. E la vera malattia è la perdita della memoria e della storia.

    La fine della storia

    Dopo Auschwitz, il silenzio di Dio si è tradotto nel silenzio della storia. È svanito il proverbio historia magistra vitae. La storia non insegna più nulla, anzi, come aveva anticipato Eliot nel suo poema Gerontion (1920) - il cui personaggio, un vecchio, che incarna l'Europa e la fine della sua civiltà - sembra prendersi gioco di noi:
    "La storia ci prende in giro
    Sussurrandoci ambizioni e ci
    Guida proponendoci vanità ...
    Dà quando siamo distratti, dà
    Troppo tardi ciò in cui non crediamo
    Più, dà troppo presto in mani che
    Sono deboli"6

    Nella fugacità de tempo, col suo momento inafferrabile, un kairòs che sembra non esserci, la vita è scandita da ritardo: ci si arriva troppo tardi, o troppo presto offre i suoi frutti a bocche immature. Siamo incapaci di cogliere il momento favorevole, il senso pieno del tempo, proprio come quei bambini descritti in Mt 11, 16-19 che non si accordano sul gioco e per questo perdono il tempo della libertà e della festa.

    La nostra epoca non solo ha radicalizzato questo nuovo sentimento del tempo, questa vertigine dell'inafferrabilità del momento, con lo svuotamento del suo essere, ma ha sperimentato l'inevitabilità della ripetizione degli errori del passato. Anche questo è stato predetto da un poeta, Montale:
    "La storia non è magistra
    di nulla che ci riguardi.
    Accorgersene non serve
    A farla più vera e più giusta"

    Nelle cose che contano - la pace, ad esempio - la storia non serve: il Kosovo insegna. E ciò che è più sconvolgente è che anche l'accorgersi di questo è inutile perché non ci aiuterà a trovare nella storia nessuna verità e nessun senso. È la fine della storia, intesa come memoria.

    La Chiesa

    In questo nuovo clima culturale, un vero ritorno di Dio è possibile solo attraverso il recupero della memoria. Ed è quello che ha fatto la Chiesa, ripensando innanzitutto se stessa, in quel grande evento di "aggiornamento" (Giovanni XXIII) che è stato il Concilio Vaticano II. Tra le religioni tradizionali è stata l'unica che si è resa conto del passaggio epocale che si stava vivendo e del bisogno inderogabile di rinnovarsi, per essere più fedele alla volontà del suo fondatore e più docile alla guida dello Spirito. Successivamente, Paolo VI ricorderà che il problema vero è la frattura che ormai si era creata tra il Vangelo e la Cultura (cfr. EN 20), problema che ancora oggi resta fondamentale (vedi il "progetto culturale orientato in senso cristiano" promosso dalla CEI).

    Per Giovani Paolo II, infatti, il Concilio Vaticano: ". . . . . costituisce un evento provvidenziale, attraverso il quale la Chiesa ha avviato la preparazione prossima al Giubileo del secondo Millennio. Si tratta infatti di un Concilio simile ai precedenti, eppure tanto diverso; un Concilio concentrato sul mistero di Cristo e della sua Chiesa ed insieme aperto al mondo. Questa apertura è stata la risposta evangelica all'evoluzione recente del mondo con le sconvolgenti esperienze del XX secolo, travagliato da una prima e da una seconda guerra mondiale, dall'esperienza dei campi di concentramento e da orrendi eccidi. Quanto è successo mostra più che mai che il mondo ha bisogno di purificazione; ha bisogno di conversione.

    Si ritiene spesso che il Concilio Vaticano II segni una epoca nuova nella vita della Chiesa. Ciò è vero, ma allo stesso tempo è difficile non notare che l'Assemblea conciliare ha attinto molto dalle esperienze e dalle riflessioni del periodo precedente, specialmente dal patrimonio del pensiero di Pio XII. Nella storia della Chiesa, " il vecchio " e " il nuovo " sono sempre profondamente intrecciati tra loro. Il " nuovo " cresce dal " vecchio ", il " vecchio " trova nel " nuovo " una sua più piena espressione. Così è stato per il Concilio Vaticano II e per l'attività dei Pontefici legati all'Assemblea conciliare, iniziando da Giovanni XXIII, proseguendo con Paolo VI e Giovanni Paolo I, fino al Papa attuale.

    Ciò che è stato da essi compiuto durante e dopo il Concilio, il magistero non meno che l'azione di ciascuno di loro ha certamente recato un contributo significativo alla preparazione di quella nuova primavera di vita cristiana che dovrà essere rivelata dal Grande Giubileo, se i cristiani saranno docili all'azione dello Spirito Santo. (TMA 18)

    Per la Chiesa non è possibile nessun messaggio di salvezza, nessuna Buona novella senza prendere seriamente in considerazione la storia, giacché il suo stesso messaggio è una storia di salvezza. Il rinnovamento della Chiesa passa quindi attraverso l'attenzione al presente, al mondo che cambia e, nello stesso tempo, al passato, alla tradizione, dalla quale trarre "cose vecchie e cose nuove". Solo questa doppia attenzione può aprire al futuro di Dio, solo a questa condizione la storia e il tempo - passato, presente e futuro - possono essere redenti, perché vissuti non più come vuoto ma come esperienza di memoria, compagnia e profezia.

    Pertanto la "nuova primavera di vita cristiana" deve partire dal recupero dello spirito del Vaticano II: Un'enorme ricchezza di contenuti ed un nuovo tono, prima sconosciuto, nella presentazione conciliare di questi contenuti, costituiscono quasi un annuncio di tempi nuovi.

    La miglior preparazione alla scadenza bimillenaria, pertanto, non potrà che esprimersi nel rinnovato impegno di applicazione, per quanto possibile fedele, dell'insegnamento del Vaticano II alla vita di ciascuno e di tutta la Chiesa. Con il Concilio è stata come inaugurata l'immediata preparazione al Grande Giubileo del 2000, nel senso più ampio della parola. (TMA 20)

    3. La Chiesa e il Carmelo all'alba del Terzo Millennio

    In questo scenario di luci ed ombre, di smarrimento di Dio e di rinnovata "nostalgia del Totalmente Altro", di nuovo bisogno di spiritualità e di bisogno di spiritualità nuova, il Giubileo, nelle intenzione del Papa, intende farci riappropriare del vero senso della storia.

    La Chiesa è invitata a riflettere sulla sua storia e sulla testimonianza di fede che ha dato al mondo, in questo millennio che si chiude. Riflettere sulla storia aiuta a guarire la memoria, ma occorre assumere un atteggiamento di conversione: riconoscere le colpe e gli errori e chiedere perdono, considerare, cioè, in passato sotto lo guardo misericordioso di Dio.

    A questa condizione, la comunità cristiana, purificata nel profondo del suo cuore, potrà davvero proporsi come luogo per una rinnovata ricerca della verità, intesa non più come possesso di Dio, ma come testimonianza di santità. In questo progetto ritengo decisivo il contributo della mistica carmelitana.

    L'importanza della storia

    La TMA esordisce richiamando proprio l'importanza della storia, intesa come luogo del rivelarsi di Dio. Nell'incarnazione di Cristo, il tempo e la storia acquistano un significato, una direzione e una meta. È Paolo ad affermare: "Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna" (Gal 4,4), e il Papa commenta: "La pienezza del tempo si identifica con il mistero dell'Incarnazione del Verbo" (TMA 1). Attraverso l'incarnazione del Verbo, Dio si fa uno di noi: "Dio con l'incarnazione si è celato dentro la storia dell'uomo" (TMA 9); l'eternità entra nella storia, la storia acquista un significato infinito: luogo del mistero della Trinità.

    Nel cristianesimo il tempo ha un'importanza fondamentale. Dentro la sua dimensione viene creato il mondo, al suo interno si svolge la storia della salvezza, che ha il suo culmine nella "pienezza del tempo" dell'Incarnazione e il suo traguardo nel ritorno glorioso del Figlio di Dio alla fine dei tempi. In Gesù Cristo, Verbo incarnato, il tempo diventa una dimensione di Dio, che in se stesso è eterno. Con la venuta di Cristo iniziano gli "ultimi tempi cfr. Eb 1, 2), l'"ultima ora" (cfr. 1Gv 2, 18), inizia il tempo della Chiesa che durerà fino alla Paursia. (TMA 10)

    La guarigione delle memorie

    Alla luce del mistero dell'Incarnazione, la storia non può essere intesa, come avviene in alcuni pensatori moderni, come impossibilità di Dio, ma come luogo della misericordia di Dio. Dio non è morto ad Auschwitz, anzi il suo silenzio, eco del Golgota, ne è stata la rivelazione più alta. Tutte le tragedie del XX secolo, dalle guerre mondiali, agli stermini di massa, che lo hanno inaugurato, e purtroppo concluso, non manifestano l'impossibilità di Dio, semmai la sua passibilità, la sua passione, il suo patire per l'uomo e con l'uomo.

    L'incarnazione e la croce di Cristo rivelano un altro modo di considerare la storia e di riflette su di essa. Se Dio è entrato nelle pieghe più oscure della nostra vita, e in Cristo ha condiviso tutto fuorché il peccato, allora si apre davanti a noi la possibilità del pentimento, della conversione, del perdono e della riconciliazione.

    La nuova spiritualità non sarà quindi frutto del rifiuto della storia, ma dell'assunzione responsabile del passato. Non si potrà far finta che nulla sia accaduto, ma bisognerà trovare la via di riconciliarsi con il passato, ammettendo le colpe e aprendosi alla speranza di un perdono più grande, che non potrà che venire dal Signore della storia.

    Per questo la gioia del Giubileo "è in particolare modo una gioia per la remissione delle colpe, la gioia della conversione." (TMA 32). Per aprirsi a questa gioia bisogna attraversare l'esame di coscienza personale e collettivo, e la Chiesa lo sta facendo sul serio.

    È giusto pertanto che, mentre il secondo Millennio del cristianesimo volge al termine, la Chiesa si faccia carico con più viva consapevolezza del peccato dei suoi figli nel ricordo di tutte quelle circostanze in cui, nell'arco della storia, essi si sono allontanati dallo spirito di Cristo e del suo Vangelo, offrendo al mondo, anziché la testimonianza di una vita ispirata ai valori della fede, lo spettacolo di modi di pensare e di agire che erano vere forme di antitestimonianza e di scandalo.

    La Chiesa, pur essendo santa per la sua incorporazione a Cristo, non si stanca di fare penitenza: essa riconosce sempre come propri, davanti a Dio e davanti agli uomini, i figli peccatori. Afferma al riguardo la Lumen gentium: " La Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento "

    La Porta Santa del Giubileo del 2000 dovrà essere simbolicamente più grande delle precedenti, perché l'umanità, giunta a quel traguardo, si lascerà alle spalle non soltanto un secolo, ma un millennio. È bene che la Chiesa imbocchi questo passaggio con la chiara coscienza di ciò che ha vissuto nel corso degli ultimi dieci secoli. Essa non può varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi. Riconoscere i cedimenti di ieri è atto di lealtà e di coraggio che ci aiuta a rafforzare la nostra fede, rendendoci avvertiti e pronti ad affrontare le tentazioni e le difficoltà dell'oggi. (TMA 33)

    E l'esame di coscienza deve essere fatto sul serio chiamando i peccati per nome: Un serio esame di coscienza è stato auspicato da numerosi Cardinali e Vescovi soprattutto per la Chiesa del presente. Alle soglie del nuovo Millennio i cristiani devono porsi umilmente davanti al Signore per interrogarsi sulle responsabilità che anch'essi hanno nei confronti dei mali del nostro tempo. L'epoca attuale, infatti, accanto a molte luci, presenta anche non poche ombre. (TMA 36)

    Di seguito sono elencati: L'indifferenza religiosa, il secolarismo e il relativismo etico, "il mancato discernimento e l'acquiescenza di fronte alla violazione dei diritti fondamentali degli uomini", "la corresponsabilità in gravi forme di ingiustizia e di emarginazione sociale" (cfr. Ibidem). E' "l'esame di coscienza non può non riguardare anche la ricezione del Concilio, questo grande dono dello Spirito alla Chiesa sul finire del secondo millennio" (Ibidem).

    Segni di speranza

    L'esperienza del secolo breve, se meditata nell'ottica della riconciliazione offerta da Dio, non porterà alla fine di ogni passione per la verità. La sincerità verso se stessi e verso le responsabilità storiche apre la possibilità di una nuova ricerca della Verità, non più intesa come illuminazione della ragione, ma come dono di rivelazione.

    La verità non sarà più qualcosa da possedere con un atto orgoglioso della ragione illuminata, come voleva la filosofia moderna culminata nell'ideologia hegeliana e sfociata poi nella violenza ideologica che ha caratterizzato il secolo. Essa si offrirà a noi non più sotto il segno del dogma, ma sotto la forma del simbolo, ciò che "tiene insieme senza costringere". La verità è fedeltà, non ideologia, esistenza santa, non possesso dell'altro, il frutto di un rapporto di fedeltà, di una relazione amorosa ed esigente con l'Altro e non una visione o un possesso della mente; non possesso di che vede, ma povertà di chi ascolta ed è posseduto dall'Altro.7

    La verità intesa come fedeltà produrrà anche la piena libertà, come dice Gesù: "se rimarrete fedeli alla mia parola sarete miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv 8, 32). Sì, la verità-fedeltà, produrrà anche quella libertà, tanto sbandierata e invano agognata dalla modernità.

    E questa verità non ti acquieta, ma ti fa pellegrino; non ti dà risposte, ma accende in te le domande vere. Icona di questa verità che mette in cammino verso la casa del Padre, sono i santi. Ed è sintomatico che questo Papa abbia canonizzato, lui solo in 25 anni di pontificato, più della metà dei santi proclamati in questi ultimi 400 anni. Soprattutto i martiri, di oggi come dei primi secoli della Chiesa: La Chiesa del primo millennio nacque dal sangue dei martiri: "Sanguis martyrum - semen christianorum ". Gli eventi storici legati alla figura di Costantino il Grande non avrebbero mai potuto garantire uno sviluppo della Chiesa quale si verificò nel primo millennio, se non fosse stato per quella seminagione di martiri e per quel patrimonio di santità che caratterizzarono le prime generazioni cristiane. Al termine del secondo millennio, la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa di martiri. Le persecuzioni nei riguardi dei credenti - sacerdoti, religiosi e laici - hanno operato una grande semina di martiri in varie parti del mondo. La testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti (...) Nel nostro secolo sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi " militi ignoti " della grande causa di Dio. (...) Sarà compito della Sede Apostolica, nella prospettiva del terzo Millennio, aggiornare i martirologi per la Chiesa universale, prestando grande attenzione alla santità di quanti anche nel nostro tempo sono vissuti pienamente nella verità di Cristo. In special modo ci si dovrà adoperare per il riconoscimento dell'eroicità delle virtù di uomini e donne che hanno realizzato la loro vocazione cristiana nel Matrimonio: convinti come siamo che anche in tale stato non mancano frutti di santità, sentiamo il bisogno di trovare le vie più opportune per verificarli e proporli a tutta la Chiesa a modello e sprone degli altri sposi cristiani. (TMA 37)

    Su questa tema la testimonianza del Carmelo è notevole. Una per tutte, la stupenda figura di Edith Stein...

    La mistica carmelitana

    Della profezia di K. Rahner sul cristianesimo del Terzo Millennio, "il cristiano del futuro o sarà mistico o non sarà affatto", bisogna ben intendere l'aggettivo "mistico". Esso non va inteso in contrapposizione alla storico, ma in riferimento al mistero di Dio Trinità che si rivela nella storia. In questa prospettica il Carmelo davvero potrà essere la mistica del futuro, una mistica incarnata.

    Lo stile carmelitano, il suo modo proprio di vivere il Vangelo, è innanzitutto "quello di impegnarsi per cercare il Volto del Dio Vivente che altro non è se non la dimensione contemplativa della vita per il beneficio della fraternità e per il servizio degli altri". I suoi tre valori fondamentali, contemplazione, fraternità e servizio, saranno decisivi per il cristianesimo del Terzo Millennio, in cui si dovrà coniugare l'esigenza di ricerca della verità (Contemplazione) con la fedeltà alla storia (fraternità), nell'impegno liberante dell'esercizio dell'amore (servizio). La vera contemplazione sarà quella che non fugge dalla realtà con il ripiegamento su se stessi, ma quella capace di accogliere la vita, la storia e il proprio tempo, così com'è, amandola e cercando in essa la Verità, il volto di Dio. È una ricerca che trasforma il cuore e la mente e permettere di vivere nuovi rapporti di fraternità, nel servizio, esercizio liberante della libertà.

    Ma "Questi valori - ricorda il Generale8, riprendendo l'art. 15 delle Costituzioni - sono intimamente dipendenti gli uni dagli altri e sono uniti per mezzo dell'esperienza del "deserto". Come il profeta Elia, dobbiamo percorrere il cammino del deserto allo scopo di raggiungere il Monte Horeb, la montagna di Dio. Nel deserto, la fiamma vivente dell'amore, brucia in noi annientando tutto ciò che non è Dio, e ci prepara ad incontrare Dio nel soffio di una brezza leggera".

    Il postmoderno, con tutto quello che contiene, o meglio che "non" contiene, è il vero Deserto che dobbiamo attraversare. Deserto che purifica, riconcilia e, soprattutto, permette un rinnovato incontro con quel Dio che rigetta il frastuono dell'eclatante, ma ama manifestarsi in "un'umile voce di silenzio".

    Note:
    1. E. HOBSBAWM, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995, p. 14.
    2. Cfr. Ibidem, p. 17-18.
    3. R. GUARDINI, La fine dell'epoca moderna, Morcelliana, Brescia 1960, p. 8.
    4. Su questo aspetto cfr. le riflessioni proposte da Bruno Forte in vari scritti, ultima in Teologia in dialogo. Per chi vuole saperne di più e anche per chi non ne vuole sapere, Raffaello Cortina Editore, Milano 1999, p.3-7.
    5. Vuoto e attesa per Forte giustificano il discorso di Dio oggi: "Ci sono almeno due grandi ragioni che motivano l'esigenza di parlare di Dio oggi, all'interno della cultura della cosiddetta "post-modernità: un vuoto e una attesa" (Ibidem, p. 3).
    6. Cfr. T. S: ELIOT, Poesie, Bompiani, Milano 1994, p. 213.
    7. Cfr. le interessanti riflessioni di B. Forte in La porta della Bellezza. Per un'estetica teologica, Morcelliana, Brescia 1999.
    8. J CHALMERS, Gli elementi fondamentali della spiritualità carmelitana, in "In Ossequio di Gesù Cristo. Dieci conferenze sulla vita carmelitana", Edizioni Carmelitane, Roma 1999, p. 16-17.
     

    Per riflettere e interrogarsi

    Come una sentinella
    Vedere nel crepuscolo significa cogliere l'ombra lunga di una realtà dai contorni sfuocati. Non si hanno certezze, se non quella della fede che ci invita a camminare verso un orizzonte di verità che si allarga man mano che ci muoviamo, fino ad un'alba che pur percepiamo imminente.
    - A partire dalla mia storia personale, e allargando lo sguardo sulla storia della mia comunità, della Provincia, dell'Ordine, del mondo, come una sentinella a cui si chiede: "quanto manca al giorno?" (cfr. Is 21, 11ss), prova a rispondere: cosa vedo, cosa provo, come posso descriverlo?

    Entrare nel deserto
    Abbiamo paragonato la postmodernità al Deserto:
    - Sono entrato veramente in questo deserto, o lo guardo dall'esterno, giudicandolo come qualcosa che non mi appartiene e non mi riguarda?

    Ascoltare il Silenzio
    Il cammino nel deserto porta alla teofania dell'Horeb:
    - Percepisco la voce del silenzio? Come? Cosa mi ordina di fare?
     

    Salvatore Schirone, Terz'Ordine Carmelitano




     

    APERTI AL FUTURO DI DIO
     

    A. Introduzione

    Cari Fratelli, il Consiglio Generale mi ha invitato a parlare del futuro del nostro Ordine dal punto di vista di un membro più giovane. Mi sento molto onorato nel parlare di fronte a tale pubblico qual è quello della Congregazione Generale che rappresenta l'Ordine intero, a livello mondiale.

    Parlare del futuro del Carmelo può sembrare un compito presuntuoso e in nessun modo voglio sembrarvi come un profeta con visioni definitive e irrefutabili riguardo al come dobbiamo vivere da Carmelitani del ventunesimo secolo. Mi piacerebbe condividere semplicemente con voi la mia visione di uno stile di vita carmelitano, basato sia sulla mia esperienza personale di essere carmelitano da 16 anni sia su una preoccupazione continua per il nostro Carisma specifico e per la nostra spiritualità che amo con tutto il mio cuore. Non voglio presentare un'ideale irraggiungibile. Vorrei piuttosto toccare il cuore di ciascuno con degli elementi essenziali che sono vitali nel nostro Carisma e ai quali penso che non possiamo rinunciare ma che piuttosto dobbiamo riempire con la nostra creatività e la nostra vita, non in termini di perfezione, ma con la passione di quelli che sanno e hanno sperimentato che nella loro imperfezione e nella loro debolezza sono sempre persone amate da Dio.

    Sono molto consapevole del fatto che non posso parlare in nome della generazione più giovane dell'intero Ordine e anche che la mia percezione del Carmelo e della vita religiosa è principalmente dal punto di vista europeo e occidentale. Ciononostante spero che i fratelli dalle altre parti del mondo possano adattare alcuni dei miei commenti alla loro situazione culturale e specifica.

    Prima di tutto permettetemi alcuni commenti personali circa la comunità dove vivo attualmente dal momento che questa esperienza ha un'influenza grande su quello che ora vi dirò a proposito della mia visione di ciò che sarà il Carmelitano nel futuro. Ebbi insieme con tre altri fratelli della mia Provincia, otto anni fa, l'opportunità straordinaria di stabilire una nuova fondazione della nostra Provincia in Ohrdruf, una città piuttosto vicino a Erfurt, la capitale di Thuringia nella Germania Est, dove il regime comunista era appena crollato. L'intenzione di questa comunità nuova, piccola, era, ed è, vivere molto consapevolmente ed esplicitamente la vita carmelitana in un'area dove più dell'ottanta per cento della popolazione non è più cristiana e dove specialmente i cattolici sono una minoranza insignificante di solamente il tre per cento della popolazione. Potete immaginare che la vita religiosa in questa regione è conosciuta solamente dai film o dai libri della storia. Viviamo in una casa della diocesi di Erfurt e siamo responsabili di una piccola parrocchia della diaspora.

    Riteniamo nostro compito principale quello di tentare di testimoniare il nostro Carisma Carmelitano con semplicità alla gente che ci vive vicino. Così diamo grande importanza alla preghiera, alla celebrazione comune dell'Eucaristia e alla Liturgia delle Ore, alla Lectio Divina, alla meditazione e alla fraternità. Invitiamo tutte le persone, non importa di quale fede, denominazione o visione del mondo, a condividere la nostra vita per alcuni giorni o settimane, offrendo loro l'opportunità per ritiri individuali, direzione spirituale e consigli. Per questo scopo due di noi hanno completato vari corsi di spiritualità e di psicologia. Conseguii una licenza in Psicologia Pastorale all'Università dei Gesuiti in Francoforte che è consistita non solo in studi teoretici ma specialmente nell'addestramento pratico nella consapevolezza di sé e nell'accompagnamento pastorale. Nel corso di questa formazione imparai a discernere meglio la mia opzione riguardo l'ingresso nella vita religiosa e specialmente la mia attenzione per la spiritualità carmelitana che, sono convinto più che mai, è una fonte inesauribile di crescita spirituale e umana. Così queste informazioni personali spiegano almeno una parte dello sfondo dei miei pensieri.

    B. C'è futuro soltanto quando rispettiamo il nostro passato e accettiamo la nostra realtà presente così come è

    Mi sembra che due cose sono necessarie se vogliamo pensare in maniera fruttuosa e progettare il futuro del Carmelo: un trattamento rispettoso e creativo del passato e un'accettazione positiva della nostra realtà presente.

    1. Il nostro passato: la storia che creò e plasmò la nostra identità e Carisma

    Il documento finale dell'ultimo Capitolo Generale (1995) dice che "abbiamo ricevuto un'eredità preziosa che giammai vogliamo perdere ma che vogliamo continuare e aggiungere mentre camminiamo verso il futuro" (Analecta XLVI 1995, p. 239). Questo vuol dire che dobbiamo prima di tutto stimare e studiare le origini, le nostre radici, la storia e le tradizioni della nostra spiritualità per riuscire a sapere con molta chiarezza chi siamo e come siamo divenuti quello che siamo. Questo deve essere fatto non solo a livello di esperti e commissioni ma anche a livello di ogni comunità e di ogni singolo Carmelitano. La sfida non sta nel conservare il passato ma ne comprendere il nostro carisma specifico come Carmelitani in modo da rendere possibile il proprio vivere di modo che guardi al futuro e a svilupparlo ulteriormente partendo da una fedeltà creativa verso il suo messaggio originale e unico che giammai cambia. Le forme di espressione del Carisma e i modi di viverlo devono cambiare nei tempi diversi. Il Carisma stesso non può cambiare.

    Dal Vaticano II l'Ordine ha fatto sforzi tremendi per scoprire il proprio carisma, studiarlo e adattarlo alla realtà presente. Dal mio punto di vista i risultati di questo processo sono molto impressionanti e convincenti. Abbiamo documenti eccellenti che danno una visione chiara e credibile della nostra identità specifica e come possiamo viverlo oggi, soprattutto le nuove Costituzioni e la Ratio Institutionis Vitae Carmelitanae, anche i documenti diversi dei Consigli delle Province e Congregazioni Generali. Ciononostante molto spesso ho l'impressione che ci sono grandi problemi nell'adottare queste pubblicazioni al livello delle Province, comunità e singoli Carmelitani. Sebbene abbiamo questi documenti elaborati in maniera eccellente, per varie ragioni essi non sono studiati e non sono discussi, qualche volta evidentemente addirittura non vengono nemmeno letti al punto che si possono sentire commenti che rivelano ignoranza di questi testi e una errata interpretazione di quanto dicono. Per esempio: "La contemplazione non ha nulla a che fare con noi ma appartiene alle monache di clausura"; oppure: "Stiamo discutendo sul Carisma da quando entrai e nessuno realmente lo conosce"; oppure ancora: "C'è veramente qualcosa di specifico nell'essere carmelitano?"; oppure infine: "Non siamo certo differenti dagli altri Ordini".

    Riguardo a questo problema mi piacerebbe proporre una possibile strategia: assicurare e controllare che tutti i documenti importanti e essenziali siano disponibili nelle varie lingue e che realmente arrivino alle comunità e agli individui; e poi trovare modi adatti motivando e incentivando i fratelli a leggere davvero e discutere i testi a vari livelli fra le comunità, Province e Regioni. Così sarà possibile stabilire piani o progetti con passi concreti per vivere il nostro carisma carmelitano nella situazione locale, provvedendo anche i mezzi per una riflessione e una valutazione. Considero come una delle più importanti sfide per il futuro delle nostra comunità iniziare, sostenere e valutare processi di cambio e di crescita secondo quanto l'Ordine definisce come missione. Questo richiede molta creatività, energia e pazienza da parte di quelli che sono coinvolti in questo compito. Questo non può essere fatto solo dalla Curia. Se ciascuna Provincia nominasse una o più persone per facilitare questo processo ci potrebbe essere una commissione internazionale che li sostenga. Questo modo di procedere assicurerebbe che ogni membro dovrebbe lavorare sui testi e vedere chiaro a che punto stanno rispetto ad essi. Questa è la base necessaria per qualsiasi cambio e progresso. Mi piacerebbe lasciare questo qui e riprenderlo più tardi, quando parlo della mia visuale personale sul futuro del Carmelo andrò più dettagliatamente negli elementi del nostro Carisma e la loro sfida attuale per noi.

    2. La realtà attuale della generazione più giovane di Carmelitani

    Dopo aver riflettuto in un primo momento sul nostro passato che creò e diede forma alla nostra identità, adesso dobbiamo prendere seriamente in considerazione la nostra realtà presente così come si presenta e dobbiamo provare a leggere i segni dei tempi per trovare in essi cammini e visioni promettenti per la futura realizzazione del carmelitano. Dobbiamo renderci conto che avremo diritto di esistere nel futuro solo se abbracciamo la missione che abbiamo ricevuto da Dio come un dono e una sfida. E quando Dio ci ha chiamati al Carmelo, l'unica forma per noi di trovare una vita realizzata e significativa è attraverso l'impegno con il nostro stile di vita non importa quanto accidentati siano i nostri sforzi - la misura di Dio non è la perfezione - né le conquiste o i successi ma la rinnovazione quotidiana del nostro impegno nei confronti della sua chiamata a seguirlo in questa vita veritiera che è capace di riempire i desideri più profondi dei nostri cuori.

    Qual è la situazione che viviamo come Carmelitani, specialmente quelli della generazione più giovane e in particolare nell'Europa occidentale, l'area dell'Ordine nella quale ho esperienza?

    Mi piacerebbe definire i membri più giovani della mia generazione come coloro che sono entrati nell'Ordine tra gli anni 1975 e 1985. Oggi hanno tra i 35 e i 45 anni. Formiamo una generazione che si distingue perché siamo stati coloro che siamo entrati dopo la grande crisi della vita religiosa del finale degli anni sessanta e del principio dei settanta, crisi che fu il risultato dei grandi cambi provocati dal Concilio Vaticano II e si caratterizzò per grandi incertezze in quanto ai valori, stile di vita e la formazione e per la perdita di molti religiosi che abbandonarono i propri Ordini. Quando passò la parte più dura della tormenta per la rottura con le strutture previe e i primi tentativi di rinnovazione erano passati, entrammo al Carmelo come più o meno giovani formati nello spirito del Vaticano II e con l'entusiasmo di riformare la vita religiosa e la formazione d'accordo con la visione e le intuizione del concilio. Nel frattempo alcuni di questa giovane generazione avevano perso il proprio entusiasmo e visione e vedevano se stessi come messi in una crisi - alcuni se ne sono andati dall'Ordine o stanno sul punto di farlo. Una delle ragioni può essere che noi ci troviamo davanti alle antiche strutture dovute alla differenza d'età nelle nostre Province. La generazione che ancora porta il carico principale del nostro apostolato, compiti e istituzioni, è la generazione di coloro che entrarono nell'Ordine negli anni cinquanta e i primi sessanta, quelli che ora sono nei loro sessanta. Tra questa generazione e la nostra ci sono alcuni fratelli andati via, per via della crisi del post Vaticano II. Insieme a questo c'è solamente un numero molto piccolo della generazione posteriore alla nostra: solamente alcuni sono entrati durante gli ultimi anni - per esempio: nella nostra Provincia avevamo, negli anni novanta, solamente un candidato che ancora è con noi; il che vuol dire che la generazione intera di questa decade è formata solo da una persona. Al momento sembra che non ci saranno cambi in questa disastrosa situazione vocazionale.

    In altre parole: la nostra generazione si trova davanti al gran problema che un piccolo gruppo di fratelli giovani molto presto dovrà assumere gli incarichi e le responsabilità istituzionali che adesso ricoprono coloro che ora hanno sessanta anni e in un futuro assai prevedibile si ritireranno. Non solo dovremmo farci carico con poca gente delle nostre istituzioni, parrocchie e apostolati ma anche dobbiamo farci carico del mantenimento dei nostri grandi edifici - come questo di Bamberg. Inoltre dobbiamo occuparci della salute dei nostri fratelli più grandi e del crescente numero di fratelli infermi che necessitano attenzioni. Dobbiamo porci davanti a queste realtà prima che esse ci sorprendano e ci obblighino a reagire in un modo così rapido da non permetterci di organizzare la nostra vita in maniera costruttiva in un processo di discernimento dei segni dei tempi e della volontà di Dio per noi come Carmelitani. La soluzione non sta nel caricare gli anziani e/o i giovani della Provincia con più e più lavoro per assicurare che tutti i nostri impegni attuali si possano portare avanti. Finiremo per essere funzionari o attivisti che non hanno niente a che vedere con il valore evangelico di portare frutto per il Regno di Dio e nemmeno con la sequela di Cristo come Carmelitani. Il messaggio finale del Capitolo Generale (1995) pone l'accento sul fatto che noi dobbiamo cercare ferventemente cammini per superare la differenza che esiste tra i valori che professiamo e la vita che viviamo. Siamo così presi dal nostro lavoro quotidiano che appena abbiamo tempo e spazio per fermarci a riflettere su chi siamo. Se in verità organizzassimo il tempo e creassimo lo spazio per questa riflessione questo fortificherebbe il nostro apostolato e ci renderebbe più sensibili a ciò che è specificatamente carmelitano. Vogliamo dire che siamo stati chiamati in primo luogo a testimoniare i valori fondamentali del nostro carisma. Quello che siamo e quello che facciamo si relazionano fra loro e non possono separarsi (Analecta XLVI 1995, p. 245).

    Se ancora non abbiamo fatto così adesso è il momento preciso per iniziare il processo di discernimento a livello di Provincia nel quale le differenti generazioni si impegnino a cercare insieme come Dio ci invita oggi a vivere la nostra identità carmelitana in modo che possiamo definire che tipo di comunità, che stile di vita e apostolati sono le più appropriate con questa identità. Questo può anche essere doloroso e forse liberatore, un processo per dare alcuni nostri lavori, istituzioni e edifici ad altri o anche regalarli. E' adesso, nel presente che dobbiamo pagare il prezzo di investire sul nostro futuro - in altro modo presto o tardi si imporranno decisioni rapide e prese senza riflessione. Voglio sottolineare che chiudere case e lasciare istituzioni o edifici non è la soluzione in se stessa, però può essere la conseguenza necessaria di un processo nel quale discerniamo che tipo di vita siamo chiamati a vivere oggi.

    Personalmente sono convinto che la risposta alla situazione che ho provato a descrivere non è una soluzione ma un processo di fedeltà creativa quotidiana al nostro carisma carmelitano di essere una comunità contemplativa in mezzo al popolo. Abbiamo bisogno di riscoprire e accettare la nostra più profonda identità, non solo teoricamente come lo abbiamo fatto molto bene nel passato prossimo, ma attraverso un processo esistenziale e pratico di rinnovazione e ristrutturazione nelle nostre Province e comunità, questo, naturalmente, porta con sé una apertura all'azione di Dio in noi e una disposizione per la conversione e la trasformazione per mezzo dello spirito.

    In questo senso adesso vorrei rileggere con voi il nostro carisma carmelitano specifico in un modo che sia il più concreto possibile e che ci possa condurre senza paura né pessimismo verso il Terzo Millennio e introdurci nel nuovo secolo di vita.

    C. Il futuro del Carmelo: Essere una fraternità contemplativa in mezzo alla gente della società moderna

    1. Contemplazione - cuore della nostra identità di Carmelitani

    Karl Rahner, uno dei teologi più importanti di questo secolo nella sua opera Teologia della vita spirituale scrisse qualcosa che è stato abbastanza citato e che ora negli anni novanta sembra più vero che mai. Egli dice: "Il cristiano del futuro sarà un mistico, qualcuno che abbia avuto un'esperienza, o non esisterà, perché la spiritualità del domani dipenderà dalla esperienza e decisione personale e non da una convinzione e tradizione pubblica e unanime che possa essere presa naturalmente". Questo mi sembra ancora più valido per noi Carmelitani con la nostra eredità spirituale e mistica che esige da noi una costante attualizzazione nei contesti culturali nei quali viviamo. Per questa ragione mi sento tentato di adattare le parole di Rahner alla nostra situazione: il carmelitano del futuro sarà un mistico, qualcuno che si alimenta di una relazione viva con Dio, o non esisterà.

    All'inizio del nuovo millennio ci rendiamo conto - e forse questo è uno dei segni dei tempi - che molte persone a livello mondiale cercano spiritualità che possano dar vita e senso alla loro esistenza. Ciò che offrono le nostre società moderne con un forte orientamento verso il consumo materialista, la produttività, l'efficacia, la competenza, l'ingiustizia, l'attivismo, lo stress fisico e psicologico non può soddisfare la fame di una vita vera e piena di senso. Frequentemente le persone pagano prezzi molto alti - dal punto di vista personale e finanziario - per unirsi a sette o movimenti esoterici che in molte parti del mondo stanno nascendo come mai si era visto prima. Le chiese ufficiali si vedono incapaci di far fronte alle necessità spirituali della gente e solo offrono insegnamenti dottrinali e morali che sono solo conseguenze, ma non il centro della Buona Novella che Gesù ci ha portato. Non è questa una sfida per noi Carmelitani? Siamo un Ordine con una straordinaria e ricca tradizione spirituale capace di raggiungere e toccare il fondo del cuore umano. Può farlo perché in molti e diversi modi descrive l'immenso amore che Dio ha per ogni uomo e donna. Un Dio che c'invita a entrare in un'amicizia più intima e profonda con Lui e che ci ha promesso di condurci passo a passo verso la vera ed eterna pienezza di vita nell'unione mistica con Lui, con tutta l'umanità e con tutta la creazione.

    Nella mia opinione Dio sta chiamando oggi noi Carmelitani ad abbracciare di nuovo la nostra spiritualità e la nostra identità contemplativa perché in primo luogo possa trasformare le nostre vite così da influire nel mondo che ci ruota intorno, non tanto per le nostre parole e le nostre teorie ben elaborate ma per il nostro stile di vita credibile e convincente come comunità contemplative nella situazione culturale specifica nelle quali ci troviamo all'inizio del nuovo millennio. La gente deve vedere che la nostra spiritualità migliora la qualità della nostra vita, non nel senso secolare ma in quello di una gioia profonda che sorge dall'avere un "centro" e sentirsi sicuri nell'amore di Dio.

    Pertanto credo fermamente che il nostro primo compito sarà quello di mettere un po' di energia, tempo e talenti personali e qualità in questa crescente relazione personale con il Dio della vita e dell'amore. La nostra crescita umana e spirituale così come anche il nostro futuro come Ordine dipendono da quanto noi come individui e comunità facciamo per sviluppare questa intima amicizia con Dio in modo che Egli possa trasformarci nell'immagine del Cristo, che opera attraverso di noi e per il bene delle Chiesa e del mondo. Questa certezza include processi dolorosi, notti oscure ed esperienze di deserto però non dobbiamo distogliere la vista dalla promessa di Dio di darci la sua misericordia e la realizzazione dei nostri desideri più profondi di una vita vera. Impegnarsi in un processo esistenziale come questo e, lo sappiamo, i processi della fede sono il nostro modo di dare frutto perché il Regno si posa estendere. E' un cammino biblico che possiamo scoprire nel guardare i nostri patroni Elia e Maria: per mezzo del loro incontro personale con Dio appresero a rimanere aperti alla sua azione in loro e attraverso loro. E lo possiamo apprendere da Gesù stesso: il suo amore per Dio e la sua vocazione personale lo portarono all'esperienza fondamentale di essere il figlio amato di un "Abbà" che lo amò senza limiti - quest'esperienza gli diede la forza di compromettersi totalmente per stabilire sulla terra il Regno di suo Padre per mezzo delle sue parole e dei suoi atti e attraverso della sua vita e della sua morte. Finalmente, molti dei nostri santi danno testimonianza del fatto che essi hanno riconosciuto la loro vera vocazione solo dopo aver avuto un'esperienza personale del Dio vivo che permise loro di seguirlo nella sua volontà e nei suoi piani.

    Il carmelitano del futuro sarà un mistico, qualcuno che vive da un'esperienza, o non esisterà. Tito Brandsma lo espresse in questo modo: "E' caratteristico dei Carmelitani considerare la solitudine e la contemplazione come il meglio della loro vita spirituale sebbene appartengano agli ordini mendicanti che vivono in mezzo al popolo... La storia antica dell'Ordine ci dimostra che la vocazione specifica alla vita mistica si rivelò dagli inizi e costituì l'ideale permanente dell'Ordine... Nonostante i molti ostacoli i Carmelitani mantennero la priorità della vita contemplativa... Non dobbiamo dimenticare che la contemplazione è la cosa più importante della vita e la vita attiva sempre viene in un secondo momento... E questa è la maggior lezione del Carmelo: la contemplazione deve essere il fondamento e la forza dell'attività apostolica... Tutti i Carmelitani si sono proposti come meta l'unione mistica e tutti sono obbligati ad adattare la propria vita a questo sublime ideale" (L'eredità del profeta, 16-20).

    Le nostre nuove Costituzioni sottolineano questa tendenza di base a descrivere il Carmelo come una "fraternità contemplativa". Nelle prime due parti la contemplazione è presentata in un modo convincente come il carisma fondazionale del nostro Ordine: in primo luogo è chiaramente espresso nella Regola, e poi perfettamente dimostrato attraverso i modelli biblici di Elia e Maria e ulteriormente sviluppato dai grandi maestri spirituali e le tradizioni nella nostra famiglia religiosa nel corso dei secoli (cfr. art. 14-27). La contemplazione come il centro della nostra identità per noi Carmelitani è intesa nelle nuove Costituzioni come un'attitudine di apertura fondamentale a Dio "la cui presenza scopriamo in tutte le parti" (78). La contemplazione è pertanto un processo di tutta la vita attraverso il quale Dio per primo ci accetta così come siamo e dopo trasforma i nostri limitati, umani e imperfetti modi di pensare, amare e comportarci per condurci verso l'unione amorosa con lui e con la sua creazione (cfr. 17). La contemplazione così intesa non solo unifica i tre elementi inseparabili del nostro carisma - preghiera, fraternità e servizio - ma anche da forma al nostro specifico modo di vivere e interpretare i consigli evangelici di obbedienza (cfr. 46), povertà (cfr. 53) e castità (cfr. 61-62).

    Così contento come sono davanti a quest'eccellente inquadramento della contemplazione, sono allo stesso tempo anche preoccupato se questo rispecchia la realtà quotidiana delle nostre Province, comunità e frati. Forse mi sbaglio però ho l'impressione che esista una rottura fra la nostra teoria, la sua accettazione e infine la sua realizzazione pratica. Realmente crediamo quel che dicono le Costituzioni che "la pratica della contemplazione non è solamente la fonte della nostra vita spirituale, ma anche quello che determina la qualità della nostra vita fraterna e del nostro servizio" (cfr. 18)? Realmente crediamo che per mezzo della contemplazione, che prende parte del nostro tempo e energia di ogni giorno, ci rende capaci di discernere la volontà di Dio rispetto alla nostra propria volontà che ci porta a comprometterci in tutte i tipi attività che possano sembrare in un primo momento efficaci e inoffensive, però in realtà sono egoistiche e non daranno frutto nel senso biblico? Fare qualcosa noi stessi è molto più piacevole che lasciarci trasformare da Dio. Crediamo realmente nel valore apostolico ed ecclesiale della contemplazione in se stessa (cfr. 18) e che la nostra offerta forte e incondizionata al processo di crescita spirituale e umana ha maggior effetto dell'attivismo che possiamo avere? Come dice san Giovanni della Croce nel Cantico spirituale (cfr. 29,2): un po' di amor puro che risulta dal processo mistico liberatore della notte oscura è di maggior beneficio per la Chiesa e per il mondo che tutte le attività unite. Realmente crediamo questo? Crediamo realmente che quel che siamo è molto più significativo, effettivo e decisivo di quel che facciamo e se siamo quel che realmente siamo cresceremo nell'amore che sempre abbonderà nell'azione? O crediamo piuttosto in noi invece di confidare in Dio per il quale tutto è possibile? Non ci convertiamo in persone senza Dio in un modo sottile? Maria ci insegna a lasciare che accada quello che noi non possiamo realizzare da noi stessi e anche sappiamo attraverso la testimonianza dei nostri santi che essi diventarono attivi nel vero senso della parola nella misura in cui crescevano nella contemplazione e nell'unione mistica con Dio, per questo non dobbiamo preoccuparci di far molto o poco. Insieme a Teresa di Lisieux siamo chiamati come Carmelitani a presentare il cuore amante della Chiesa per mezzo della contemplazione del grande amore di Dio per noi per credere così più e più nel suo amore - e il vero amore è sempre molto attivo e vivificante tanto per noi come per tutti coloro con i quali viviamo e con i quali ci incontriamo.

    Non sarebbe allora la fraternità contemplativa carmelitana aperta a tutti gli uomini e donne uno stile di vita alternativo a quello del mondo moderno? Un mondo che mette le persone sotto ingiuste pressioni di essere validi, produttivi e competitivi, ricchi, sempre belli e giovani in modo che debbono sentirsi inferiori se non possono mantenere queste attese? O siamo così avviluppati in queste pressioni fatali che ci giudichiamo e valutiamo gli uni gli altri d'accordo con questi criteri e non valutiamo lo stile di vita contemplativo di cui tanto abbisogna il mondo d'oggi?

    Continuo ad ascoltare che le Costituzioni e gli altri documenti dell'Ordine sono solo teorie astratte e idealiste che non aiutano molto e pertanto la cosa migliore sarebbe lasciarle stare da parte. Similmente ascolto che la contemplazione è qualcosa che solamente appartiene alle monache di clausura e non ha niente a che vedere con noi (nonostante la definizione delle nuove Costituzioni che non limitano la contemplazione alla vita ritirata e alla solitudine soltanto ma la allargano a tutte le dimensioni della nostra vita). Mi sono reso conto, anche, che c'è un gran numero di fratelli - non sempre apertamente ma a livello di fondo - che non condividono questa visione del nostro carisma, molte volte dovuto ad una povera formazione carmelitana e a un insufficiente discernimento vocazionale o alla mancanza di una decisione chiara, matura e personale della propria vita. Se questo può suonare molto forte dobbiamo fare fronte a quest'aspetto della nostra realtà, in primo luogo sviluppando programmi appropriati di formazione permanente e in secondo luogo creando possibilità di unire - possibilmente superando i limiti Provinciali - quei Carmelitani che condividono profondamente la visione del nostro carisma e desiderano impegnarsi per la realizzazione in comunità concrete e in progetti (sarebbe una gran pena vederli isolati e alcune volte frustrati negli ambienti della loro vita e del loro lavoro che impediscono e contraddicono i valori carmelitani che una volta hanno scelto e ora desiderano ancora vivere).

    Per poter lavorare in un futuro promettente per il Carmelo necessitiamo qui e ora nel presente il coraggio per trarre conseguenze concrete delle valide intuizioni del nostro carisma contemplativo. Solo attraverso processi competenti e diretti di valutazione, discernimento e conversione a livello di comunità, Province e di tutto l'Ordine, a cui seguono decisioni concrete, potremo realmente giungere alla specifica identità nella quale crediamo. Questi processi possono includere periodi dolorosi o di lotta per guadagnare un ulteriore passo concreto, questo richiede la tolleranza di accettare coloro che non vogliono partecipare nel rinnovamento però senza dar loro il potere di fermare l'avanzare del processo stesso. Dobbiamo avere il coraggio di iniziare qualcosa di nuovo e lasciar morire ciò che ovviamente non ha futuro. E dobbiamo imparare ad accettare la dolorosa perdita di coloro che giungono alla conclusione di non accettare il carisma genuino del Carmelo come proprio - e questo non deve spaventarci dal momento che è un'esperienza che Gesù stesso ebbe quando chiese ai suoi seguaci che prendessero una decisione personale. Soprattutto dobbiamo continuare a dar importanza alla formazione dei candidati e specialmente alla formazione dei formatori, non solo rispetto alle abilità intellettuali e alla conoscenza teorica ma anche rispetto alla maturità personale e spirituale. La RIVC è un gran aiuto e ci darà gli elementi specifici della formazione carmelitana.

    Il nostro carisma contemplativo della vita mistica inteso come amicizia intima con Dio che permea tutte le dimensioni della nostra vita, è il nucleo della nostra identità carmelitana e dobbiamo curarlo fedelmente per non perderlo - specialmente oggi, in un tempo nel quale altri valori diversi e opposti sono determinanti. La seguente storia casistica può trasformarsi facilmente in realtà: "Rabi Meir disse: 'Se qualcuno diventa rabbino deve avere tutte le cose necessarie come una scuola, saloni, tavoli e sedie; alcuni dei suoi discepoli si occuperebbero dell'amministrazione, altri del mantenimento e così via. Quando tutto è pronto allora arriva il diavolo e rompe il cuore. Tutto rimane come prima, la ruota continua a girare ma il cuore non si trova più lì'. E il rabbino alzò la voce e disse: 'Dio aiutaci perché non permettiamo che questo accada'".

    2. Preghiera, fraternità e servizio come i tre elementi del nostro carisma contemplativo

    Abbiamo compreso che la contemplazione è il cuore, il centro della nostra identità che unifica e dà forma ai tre elementi del nostro carisma e missione come Carmelitani. Questi tre elementi sono: la preghiera, la fraternità e il servizio. Vissuti fedelmente in uno stile di vita contemplativo contemporaneo ci condurranno a un futuro buono e fruttuoso. Permettetemi alcuni commenti su questi elementi.

    2.1. La preghiera: crescere nell'amicizia con Dio e apprendimento di uno stile di vita contemplativo

    E' relativamente facile essere d'accordo con la definizione che le nuove Costituzioni danno della contemplazione come di un processo attraverso il quale l'amore di Dio in primo luogo ci accetta così come siamo e poi comincia a trasformarci di modo che ogni volta di più vediamo attraverso i suoi occhi il mondo e quello che succede (nn 17,77-79). E' molto più difficile lasciare che Dio ci guidi attraverso di un processo come questo mentre noi apprendiamo come praticare un'attitudine contemplativa quale si può realizzare per mezzo della preghiera, che è il primo elemento del nostro triplice carisma contemplativo. Le nostre Costituzioni affermano al numero 64: "La preghiera è il centro della nostra vita dalla quale nasce una autentica comunità e ministero", e al numero 84: "L'unica cosa indispensabile è che la preghiera impregni tutta la nostra vita".

    C'è un grande abisso fra questi proclami e le realtà delle nostre comunità. Realmente la preghiera è il centro della nostra vita personale comunitaria e se così fosse dove la rendiamo visibile? Realmente dedichiamo un tempo generoso alla nostra preghiera personale e comunitaria è com'è la qualità della nostra preghiera? Veramente la nostra preghiera ci aiuta ad approfondire la nostra amicizia con Dio e la nostra visione contemplativa del mondo o si tratta meramente di un esercizio obbligatorio di recita dell'ufficio?

    Credo che il nostro futuro dipenda molto dal valore che diamo alla vita di preghiera tanto nella nostra vita personale come nella fraterna perché è l'unico modo nel quale il dono gratuito della contemplazione crescerà in noi e permetteremo a Dio di essere il Signore della nostra vita (79). Dobbiamo riflettere se la nostra preghiera personale e comunitaria serve alla nostra crescita umana e spirituale. Oltre ad esaminare e rinnovare le nostre forme tradizionali di celebrare l'Eucaristia e la Liturgia delle Ore, abbiamo la libertà per favorire nuove forme di preghiera che si accordino con il nostro carisma (77). Cosa possiamo fare per introdurre la Lectio divina in più Province e comunità giacché questa forma di pregare con la Parola di Dio e di condividere le nostre esperienze personali ha mostrato di essere il modo più idoneo per calarci maggiormente nel nostro carisma carmelitano?

    Mi sembra che è più importante la necessità di riscoprire il valore della preghiera personale attraverso della quale sperimentiamo la accettazione tenera di Dio verso di noi così come siamo e come ci chiama alla crescita verso una vita più piena. La mancanza di relazione personale con Dio che esiste fra molti religiosi ha varie ragioni. Trovo che sarebbe di grande aiuto per tutti i membri di una comunità mettersi d'accordo per aver tempi di silenzio tutti i giorni riservati esclusivamente per la pratica di forme di preghiera personale come preghiera silenziosa o meditazione.

    Questo è solo un momento esterno, però dobbiamo scendere più profondamente nelle radici di ciò che ci impedisce di dedicare più tempo alla preghiera, come le false immagini di Dio, paure, ansietà, sentimenti di colpa e di inferiorità che quasi sempre sono a livello inconscio possono causare danno spirituale e psicologico. Intellettualmente tutti sappiamo e predichiamo che Dio è amore incondizionato, però emozionalmente, nel profondo dei nostri cuori, siamo sospettosi e non confidiamo in Lui, molte volte senza rendercene conto e senza volerlo accettare davanti a noi stessi. La psicologia pastorale ci svela il motivo di questo: la nostra concezione e immagine di Dio è inconsciamente formata dalle nostre prime esperienze che abbiamo avuto da bambini nel relazionarci con persone a noi vicine, specialmente con i nostri genitori. Le esperienze negative e ambivalenti dei nostri primi anni hanno posto radici così profonde nella profondità del nostro essere che esercitano una influenza negativa in noi e nella nostra immagine di Dio cosicché assai facilmente impediscono lo sviluppo umano e spirituale. Hanno il potere di allontanarci da Dio molto sottilmente, tanto che non possiamo vedere attraverso di esse. Pertanto dobbiamo porre rimedi e creare le condizioni favorevoli perché si possa dare la vera preghiera e il vero progresso spirituale. Questo include prima di tutto la crescita in una sincera autoconoscenza e in quella dei nostri fratelli, e poi animarci gli uni gli altri per entrare in processi di autoconoscenza/esperienza che ci aiutino a rivalutare la nostra storia personale, il nostro sviluppo umano e spirituale fino al momento presente cosicché le ferite della nostra vita possano giungere a un livello cosciente per essere sanate e guarire anche la nostra falsa immagine di Dio. I mezzi appropriati sono, fra gli altri, la direzione spirituale, esercizi diretti, corsi sulla preghiera e sulla meditazione, accompagnamento spirituale e psicologico e psicoterapia. Mi sorprende che tanti sacerdoti e religiosi impegnati nel lavoro pastorale nella direzione e formazione spirituale non usano questi mezzi di appoggio per se stessi.

    Secondo la mia piccola esperienza in questo consiste il compito più importante per la formazione iniziale e permanente che dobbiamo affrontare se vogliamo avere un buon futuro: i nostri fratelli sono il migliore "capitale" e nella misura in cui ci occupiamo del loro benessere psicologico e spirituale per mezzo di un adeguato processo personale stiamo facendo un investimento nel nostro futuro.

    Per riassumere questo punto, secondo il mio punto di vista i conventi carmelitani del futuro saranno comunità nelle quali la preghiera occuperà un posto centrale. Dobbiamo lavorare in questo campo nel presente creando le opportunità per la crescita spirituale e umana dei nostri fratelli, e fissare tempo e spazio per la preghiera personale, la meditazione e la Lectio divina (cfr. 80. 82), revisionando le nostre forme tradizionali di preghiera comune e il modo in cui le realizziamo e introducendo nuove forme più consone al nostro carisma. Allora, come Elia e Maria, saremo capaci e saremo recettivi per sperimentare il Dio amoroso nelle nostre vite e condividere la nostra esperienza con uomini e donne che con noi sono in cerca di una spiritualità vera e vivificante e di uno stile di vita autentico.

    2.2. La fraternità: vivere come fratelli in un mondo di rivalità e egoismo

    Se la nostra preghiera è veramente autentica ci condurrà ad avere un'attitudine contemplativa e amorosa verso il mondo che ci circonda, in primo luogo verso i nostri fratelli con i quali viviamo quotidianamente. L'attitudine contemplativa come centro del nostro carisma e come l'esperienza dell'amore di Dio ci rende possibile scoprire la presenza di Dio nella nostra comunità e in ognuno dei nostri fratelli (cfr. 19); d'altro canto il nostro compromesso a una relazione benevola con i nostri fratelli e la costruzione di una comunità sana possono prendersi come criteri per la nostra vita spirituale.

    Come Carmelitani siamo chiamati a vivere realmente uniti come fratelli: questo è parte della missione che Dio ci ha affidato e segno del Regno di Dio molto più effettivo che le nostre attività individuali. Gesù sempre formò comunità e la nostra testimonianza apostolica solo può essere credibile e portare frutto se è comunitaria. Le origini del nostro Ordine ci rivelano il significato della fraternità: non abbiamo un fondatore ma una comunità di fratelli il cui stile di vita fondò il carisma e l'identità del nostro Ordine.

    Sono convinto che in questo mondo attuale di guerra, nazionalismo e fondamentalismo, di crescente individualismo ed egoismo, competenza e rivalità nella quale le persone si giudicano le une le altre avendo come criterio l'efficacia e l'utilità noi non abbiamo miglior testimonianza da offrire che quella della fraternità. La nostra esigenza per una vita fraterna più autentica è un esempio di come le persone possano apprendere a rispettarsi mutuamente ed accettarsi nelle loro differenze, e risolvere i conflitti senza dover sopprimere i doni personali, fomentando l'unità nella pluralità, vivendo insieme in pace e in allegria: generazioni diverse, giovani e vecchi, sani e malati, accademici e non. Come comunità internazionale che siamo abbiamo l'opportunità privilegiata di testimoniare la possibilità e la ricchezza di vivere insieme come persone di differenti culture, nazioni, lingue e colori e soprattutto stabilendo comunità internazionali in un mondo che apparentemente si va avvicinando ma che rimane pieno di divisione e separazione.

    Di nuovo ho dubbi se realmente valorizziamo la fraternità come una missione reale. Esiste un crescente individualismo, non solo nella mia Provincia. Già non è più niente di eccezionale vivere fuori della comunità. Quanto tempo ed energia stiamo dedicando per creare comunità nelle quali valga la pena di vivere? Sono certo che il nostro futuro dipende da uno stile di vita comunitario credibile e convincente che attragga altri e li ispiri ad aumentare le relazioni di tutti i tipi: fra coppie, famiglie, parrocchiani, gruppi e anche fra nazioni. Creare fraternità sane e sviluppare nuovi e moderni stili di vita in accordo con il nostro carisma è un gran compito per noi però non è un fine in se stesso. Per il loro stile di vita le nostre comunità sono chiamate a testimoniare come Dio si relaziona con noi e questo richiede apertura a tutte le persone che vogliono partecipare e conoscere la nostra vita come fraternità contemplativa in tutte le forme possibili. Allo stesso tempo stiamo imparando dai nostri ospiti che ci ispirano e ci smuovono per revisionare il nostro stile di vita. Secondo il mio modo di vedere, pertanto, dobbiamo creare comunità che siano realmente aperte, attraenti e accoglienti per coloro che vogliano condividere la nostra vita per un po' di tempo. Questo vuol dire che esiste una vita di comunità reale e che le nostre case non sono solo hotel per scapoloni nei quali dormiamo e forse andiamo a mangiare trascorrendo, però, tutto il giorno fuori. E' molto diverso se noi "solo" serviamo le persone individualmente per mezzo di un lavoro pastorale o se le riceviamo come comunità nella quale sperimentano l'attenzione pastorale e spirituale nel contesto di uno stile di vita fraterno che comprende mangiare, pregare, ricrearsi e celebrare insieme, oltre che a sperimentare l'interscambio mutuo e la preoccupazione per il benessere umano e spirituale.

    Lavorando con tutta la nostra immaginazione e creatività nella costruzione di una cultura contemporanea di fraternità stiamo dando un valido contributo alle nostre società moderne giacché questi elementi comunitari sono di grande rilevanza sociale. Così non soltanto promuoviamo il nostro futuro ma anche diamo impulso a una vita degna di essere vissuta in questo mondo nel quale siamo immersi.

    Sono cosciente delle molte situazione, per qualsiasi ragione, che alcuni dei nostri fratelli non sono capaci né sono disposti a contribuire a questo tipo di vita fraterna. Non li possiamo forzare però dobbiamo assicurarci che essi non impediscano agli altri di impegnarsi nella rinnovazione della vita comunitaria, alcune volte usando argomenti persuasivi e di corta visuale del tipo che si debbono dirigere tutte le energie verso il lavoro pastorale (al contrario: per rendere giustizia alla nostra vera missione dobbiamo liberare alcuni volontari che vogliano costruire un'autentica vita di comunità anche con la conseguenza di dover chiudere alcuni progetti o case per mancanza di personale) la qualità è migliore che la quantità.

    Altro aspetto della nostra comprensione specifica della fraternità che mi sembra molto importante: le Costituzioni sottolineano che "la nostra Regola vuole che siamo fondamentalmente fratres... nel superamento di distinzioni e privilegi, nella partecipazione e corresponsabilità" (19). In molti paesi e situazioni ancora è percettibile la differenza fra i membri ordinati e quelli non ordinati del nostro Ordine (sebbene oggi i non ordinati non sono tenuti nella stessa stima che gli ordinati). Questo è contraddittorio con gli insegnamenti di San Paolo riguardo l'uguaglianza e la complementarietà di tutti i membri. I non ordinati non hanno gli stessi diritti per assumere responsabilità nelle proprie comunità e Province. Conosco i limiti imposti dal diritto canonico in riferimento allo stato legale dei religiosi laici però questo non dovrebbe impedire di lottare per una maggiore uguaglianza umana e legale (almeno fra noi) e questo inizia nella mente e nel cuore di ciascuno di noi. Una vera attitudine contemplativa ci aprirà gli occhi per un'uguaglianza essenziale di modo che tutta l'attitudine gerarchica e clericale scompaia. Sono sicuro che la testimonianza conseguente a una vera fraternità con uguaglianza di diritti e responsabilità per tutti i suoi membri sarà più consono con il messaggio e l'attitudine di Gesù e sarà un chiaro esempio di umanità e di futuro nella nostra Chiesa clericale e gerarchica nella quale i laici, specialmente le donne, si trovano in situazione di svantaggio. L'ultimo Capitolo Generale chiede nel documento finale "una uguaglianza nelle nostre fraternità senza privilegi né distinzioni tra gli ordinati e i non ordinati. Questa uguaglianza conserva con fedeltà la nostra idea originale" (Analecta XLVI 1995, 244).

    Le nostre Costituzioni ci ricordano nel numero 31 il valore della "partecipazione comune all'Eucaristia, per mezzo della quale giungiamo ad essere un solo corpo, e che è fonte e culmine della nostra vita e, per questo, sacramento di fraternità". Dove trova quest'intuizione, già menzionata nella Regola, la sua eco nella realtà comunitaria? Questo rivela che forse non crediamo realmente nel valore del nostro carisma. Realmente crediamo che la celebrazione dell'Eucaristia come comunità non è solo la fonte per costruire la nostra fraternità ma anche dà frutti in Ordine al Regno di Dio che le nostre celebrazioni individuali in molti luoghi la facciamo con le migliori intenzioni. Anche dobbiamo revisionare se la nostra celebrazione dell'Eucaristia in comunità realmente esprime la nostra comprensione della fraternità (siamo di fatto "riuniti intorno alla mensa del Signore" come dicono le Costituzioni al numero 20, di modo che la nostra unità e la nostra diversità siano visibili, o siamo divisi con i sacerdoti sull'altare e i fratelli giù in qualche luogo della chiesa? Andremmo fuori del nostro compito entrare in più dettagli adesso). Queste domande dovrebbero essere discusse in un altro contesto più appropriato.

    2.3. Il servizio: condividere il nostro carisma e spiritualità con tutta la gente

    Riguardo al servizio la prima cosa che dobbiamo ricordare a noi stessi è che il nostro sforzo continuato di vivere il nostro carisma contemplativo in comunità e in apertura a tutte le persone non è solamente la fonte delle diverse classi del nostro ministero ma anche è, in se stesso, il servizio più valido che possiamo offrire al mondo perché è il centro della missione che abbiamo ricevuto da parte di Dio. In primo luogo siamo stati chiamati a vivere permanentemente nella presenza di Dio e a costruire una fraternità che sia credibile e degna di essere vissuta (questo è un importante servizio per il mondo). Le Costituzioni dicono nel capitolo sulla missione apostolica che "noi Carmelitani dobbiamo realizzare la nostra missione in mezzo al popolo prima di tutto con la ricchezza della nostra vita contemplativa" (92). Attraverso del nostro specifico stile di vita carmelitana siamo chiamati a ricordare alla Chiesa e a tutta la gente con la quale conviviamo che la nostra priorità sta nella nostra relazione personale e amorosa con Dio e nella sfida implicita di costruire una relazione fraterna fra tutti gli uomini e donne dentro e fuori la Chiesa.

    Non viviamo spesso il contrario nella nostra vita pratica quotidiana come Carmelitani? I nostri vari apostolati e ministeri non assorbono le nostre energie e creatività in modo che essi determinano il tempo che dedichiamo alla vita spirituale e fraterna? Forse incoscientemente fondiamo la nostra autoaffermazione e il nostro diritto a vivere i nostri ministeri e apostolati invece del nostro essere religiosi e sentirci amati da Dio? Non è questo il centro della crisi della vita religiosa, almeno nell'Europa occidentale? Non sarebbe possibile capire la mancanza di vocazioni e l'invecchiamento delle nostre comunità come una chiamata a riesaminare le nostre priorità prima che la situazione del personale ci obblighi a lasciare case e comunità? L'eccessivo lavoro che molte volte stiamo facendo ci pone in una situazione di fatto di secolarizzazione della vita religiosa senza darci ragione che ci andiamo convertendo in agenti professionali di servizi pastorali e teorie teologiche, mentre il criterio più importante di tutta la vocazione biblica è parlare dall'esperienza di una relazione personale con Dio.

    Per evitare fraintendimenti: non voglio fare opposizioni fra la vita spirituale e le attività pastorali, tra la nostra missione come Carmelitani e i nostri apostolati concreti, però voglio rimarcare che dobbiamo porre attenzioni alle priorità: quello che siamo è più importante di quello che facciamo, la nostra identità come fraternità contemplativa in mezzo al popolo è più importante che i nostri apostolati individuali che devono fluire da questa identità se vogliono dar frutto. Nella misura nella quale ci convertiamo in persone che sperimentano nella propria vita quanto Dio ci ami, in questa misura saremo capaci di amare gli altri. Questo non funziona al rovescio. Pertanto il nostro sevizio deve lasciarci tempo e opportunità per lavorare nella nostra maturazione spirituale e personale che è il punto base di partenza per qualunque ministero valido. Di fatto, il nostro servizio coinvolgerà la nostra vita di preghiera e la nostra crescita umana, ma senza una fervente vita spirituale e fraterna che va avanti non saremo capaci di discernere a quale servizio siamo chiamati né se stiamo dando frutti per il Regno di Dio, come disse Gesù chiaramente nel vangelo di Giovanni al capitolo 15: "Non potete dar frutto se non rimanete uniti a me". E rimanere in lui come qualunque altro tipo di relazione richiede tempo ed energia da parte nostra. Riguardo a questo possiamo apprendere molto dai nostri patroni biblici. Dopo che Elia accusò e uccise i profeti di Baal sul Monte Carmel, egli dovette passare attraverso di una lunga e intensa esperienza di deserto nella quale apprese che egli non è colui che fa le cose da solo ma che è Dio che le fa. La solitudine e il lungo camino attraverso il deserto nel quale Dio lo nutrì e gli diede forza lo portò ad avere un'esperienza molto più profonda di Dio come giammai prima: che Yahvé non è un Dio violento ma un Dio tenero come una soave brezza. Solo dopo di quest'esperienza Elia ricevette una nuova missione. E Maria dovette apprendere che per questo Dio amante nulla è impossibile se ella lo lascia agire nella sua vita invece di fare tutto per conto suo e a suo rischio. Non solamente dobbiamo acquisire le nostre destrezze pastorali professionali sennonché più apertura e ricettività al piano di Dio che è un "poco differente" dai nostri. Come Maria dobbiamo esercitare la nostra attitudine contemplativa e pertanto ascoltare pazientemente lo Spirito che ci parla in diversi modi: nella preghiera, attraverso i segni dei tempi, attraverso i nostri fratelli e le persone con le quali viviamo.

    Durante questi anni di appartenenza all'Ordine mi sono trovato con due opinioni riguardo alla domanda se i Carmelitani sono o non sono chiamati a un ministero specifico: una dice che possiamo impegnarci in qualunque tipo di lavoro pastorale o ministero, l'altra crede che dobbiamo concentrarci in apostolati specifici nel campo della spiritualità. Fondamentalmente penso che possiamo lavorare in qualunque tipo di ministeri tanto quanto non contraddicano al nostro carisma impedendoci di vivere i tre elementi. Anche dobbiamo tenere in considerazione i doni, carismi e abilità dei nostri fratelli. Tanti nostri ministeri devono scegliersi e revisionarsi in un processo Regolare di discernimento fatto dalla comunità e dalla Provincia come dicono le Costituzioni al numero 92: "non ogni forma di vita apostolica si armonizza facilmente con il nostro carisma o con la capacità di una determinata comunità, dobbiamo discernere sempre fra le diverse possibilità che offre ogni situazione".

    Credo che noi come Carmelitani con la nostra tradizione spirituale abbiamo un compito preferenziale nella Chiesa, specialmente oggi quando tante persone cercano un'autentica spiritualità. Vorrei pertanto sottolineare quello che dicono le nuove Costituzioni al numero 64: "Fin dai suoi inizi l'Ordine del Carmelo ha condotto tanto una vita di preghiera come un apostolato di preghiera". E nel numero 95: "Per questo, fedeli al patrimonio spirituale dell'Ordine, orientiamo il nostro vario lavoro a favorire la ricerca di Dio e la vita di preghiera". In linea con quanto esposto, credo molto fortemente che il ministero specifico del Carmelo e pertanto la sua immagine e il suo futuro è vivere e condividere con gli altri la nostra ricca eredità spirituale in forme attuali. Questo richiede una formazione iniziale e permanentemente appropriata specialmente per i candidati e i formatori, collaborazione con altri rami della Famiglia Carmelitana e laici interessati, e forse la decisione di lasciare altri ministeri in favore della costituzione di più comunità di accoglienza e centri di spiritualità, di ritiri, di direzione spirituale e studio nei quali lo spirito carmelitano è vivo per poter in questo modo attendere alle necessità spirituali della gente, specialmente i poveri e gli emarginati, condividendo in un mutuo interscambio il nostro stile di vita, la nostra preghiera e la nostra spiritualità.

    Se in realtà rispettiamo il nostro specifico carmelitano e ci impegniamo a convertirci ogni volta più in una fraternità contemplativa in mezzo al popolo non daremo spazio alla tentazione di idolatrare il nostro lavoro individuale o convertirlo in una compensazione di altre carenze umane. In più saremo capaci di assegnare ai nostri ministeri il posto adeguato nella vita religiosa. Questo ci renderebbe capaci di testimoniare la vera dignità del lavoro, al di là dei criteri di efficacia e produttività, e la sua dimensione sociale di collaborazione e partecipazione in un mondo nel quale tanti individui sono sovraccaricati di lavoro e stressati mentre altri rimangono disoccupati e isolati.

    C. Conclusione

    Prima di terminare permettetemi di riassumere i miei pensieri.

    Sono sinceramente convinto che il nostro futuro e la soluzione genuina a molti dei nostri problemi dipendono da quanto seriamente prendiamo e poniamo in pratica il nostro carisma e identità carmelitana che Dio ci ha dato come dono e come sfida e che abbiamo riscoperto in questi anni recenti. Pertanto adesso abbiamo il compito di rinnovarci personalmente e rinnovare le nostre comunità d'accordo con il nostro carisma contemplativo con i suoi tre elementi: preghiera, fraternità e servizio. Questi elementi devono essere gli stessi e visibili in tutte le parti anche se prendono diverse forme di espressione secondo il contesto culturale e con il carisma personale dei membri della comunità.

    Questa chiamata alla rinnovazione può essere facilmente intesa male come qualcosa di soprannaturale che dobbiamo guadagnare da noi stessi, come un triste esercizio morale e ascetico. Interpretiamo male il nostro carisma nello stesso modo quando lo pensiamo come un ideale irraggiungibile fatto solo per santi, e questo pone in difficoltà la nostra crescita spirituale. Al contrario la nostra spiritualità ci pone come una preziosa meta l'esperienza della unità con Dio e allo stesso tempo ci libera del compito impossibile di doverlo conseguire attraverso le nostre forze. La spiritualità carmelitana nelle sue varie forme nel corso dei secoli ha enfatizzato il messaggio chiave biblico che Dio ci ama così come siamo: con tutte le nostre forze e debolezze, con i nostri aspetti brillanti e oscuri, con i nostri peccati e virtù, con i nostri alti e bassi. Neppure possiamo meritare l'amore di Dio per le nostre buone opere né possiamo guadagnare l'unione con lui attraverso la perfezione morale. La nostra vocazione carmelitana significa prima di tutto che niente offuschi l'amore incondizionato di Dio e impegnarci giorno dopo giorno fedelmente con questa amicizia personale e intima che egli ci offre. Non dobbiamo essere perfetti però abbiamo bisogno di orientare le nostre vite nuovamente ogni giorno verso la sua chiamata espressa nel nostro carisma che ci ispira e ci anima. Non importa se siamo o non siamo perfetti o se raggiungiamo la meta, l'importante è andare avanti nel nostro cammino carmelitano come ci indica il nostro carisma. Sembra molto facile, però a volte è più difficile: accettare noi stessi così come siamo e confidare nell'amore infinito di Dio, stare alla sua presenza e permettergli di trasformarci poco a poco di modo che cresciamo per mezzo del dolore e la gioia di una vita piena. In questo processo ci apriamo realmente al suo futuro e siamo capaci di discernere come egli vuole che viviamo e in cosa dobbiamo lavorare nel momento presente.

    Per questo fine non necessitiamo più documenti e teoria ma processi concreti di rinnovazione e trasformazione in ogni Provincia e in ogni comunità, possibilmente iniziati e coordinati dalla Curia, preparati da una commissione della propria Provincia con l'aiuto di esperti, diretti e accompagnati da facilitatori esperti e competenti dell'area locale e con la speranza che siano illuminati e appoggiato dallo stesso Spirito Santo. Tutti e ognuno dei Carmelitani sarà invitato ma non obbligato a partecipare a questo processo spirituale di apertura al futuro di Dio. Coloro che non vogliano partecipare non devono essere considerati come cattivi Carmelitani, ma d'altro canto, non si deve dare loro il potere di fermare o porre in difficoltà il processo. In un processo come questo la prima cosa che dobbiamo fare è valutare e revisionare la situazione passata e presente degli individui, delle persone e delle Province. Il passo successivo sarà studiare le nostre nuove Costituzioni, specialmente le due prime parti, così come anche le teologie contemporanee della vita religiosa per avere criteri per valutare le nostre forme di preghiera, il nostro stile di vita comunitario e i nostri ministeri per vedere se sono in consonanza con la nostra identità carmelitana e con i segni dei tempi. Infine dobbiamo riflettere sulle conseguenze e decisione che ci permetteranno di vivere oggi nel nostro contesto culturale specifico di un modo più fedele e credibile quello che abbiamo riconosciuto come carmelitano.

    Oltre a questo vorrei sottolineare quel che ho detto prima sulla possibilità di unire quei fratelli di differenti Province che vogliano sviluppare uno stile di vita carmelitano in accordo con la definizione che fanno le nuove Costituzioni (e questo sarà ancora più necessario se tali processi non si possono portare a termine in una Provincia particolare per qualsiasi ragione).

    Il documento finale del Capitolo Generale (1995) dice che "c'è una grande necessità di unità nella nostra pluralità. Necessitiamo progettare una visione globale di tutto l'Ordine che esprima la nostra missione nella Chiesa e nel mondo d'oggi". Credo che nelle nuovi Costituzioni abbiamo la base teorica per questa visione globale che possa rendere possibile una maggiore unità di tutto l'Ordine, però quello di cui adesso abbiamo bisogno di trovare sono cammini e mezzi di concretizzare le nostre intuizioni nella realtà delle Province, comunità ed individui. Un possibile cammino mi sembra che possa essere quello di iniziare questi processi di riflessione, rinnovazione e conversione che ho cercato di presentarvi e che ci possono avvicinare alla nostra vera e profonda identità come Carmelitani. Se siamo stati chiamati al Carmelo troveremo la nostra realizzazione, la nostra pace e la nostra allegria solo se cresciamo in questa identità. E non avremo bisogno di preoccuparci per le vocazioni e per un buono e significativo futuro se ci impegniamo pienamente a costruire con il potere trasformante dell'amore di Dio le nostre comunità.

    Sono cosciente che una conferenza come questa forse ci può portare a trarre delle conseguenza dalle intuizioni che abbiamo avuto riguardo al nostro carisma specifico. Sono anche cosciente che è relativamente facile parlare del nostro carisma e del suo impatto nel nostro futuro ma è cosa diversa viverlo nella realtà, e per questo vi chiedo perdono per la mia insufficiente e povera traduzione delle mie convinzioni nell'azione. Nonostante tutto sono molto orgoglioso di appartenere a questa preziosissima e benedetta famiglia del Carmelo. Sono contento e ringrazio Dio che mi abbia chiamato a questo particolare modo di vita e che pertanto faccia parte della sua ricca tradizione spirituale che mi attrae e tocca il mio cuore. Voglio terminare esplicitando la mia profonda gratitudine per essere parte di una comunità internazionale del Carmelo e per poter vivere nel cammino di una comprensione e un modo di vivere più pieno della nostra identità insieme con altri fratelli della mia Provincia e a tutti voi. Grazie a ognuno di voi per la vostra pazienza e attenzione!

    Günter Benker, O.Carm.