L’ESERCIZIO DELL’AUTORITÀ COME APPARE NEI VANGELI

“Infatti, il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la propria vita in riscatto per molti” (Marco 10,45)

Una storia

Comincio con un fatto avvenuto in Araxà, MG, Brasile, negli anni settanta, subito dopo il Concilio Vaticano II. Cominciavano a circolare idee nuove. Sorse una certa polemica che arrivò agli orecchi del vescovo. Egli era preoccupato e ci chiese le conferenze che P. Claudio e io facevamo al popolo che ci invitava.  Un gruppo di laici fu chiamato a parlare con il Vescovo. Dopo molta discussione il Vescovo disse: "La disciplina è la via maestra della mia diocesi e da questa non allento la mano". Allora uno dei laici domandò: "E quando Lei tiene la sua diocesi ben disciplinata, che ne farà ?" Il Vescovo non seppe rispondere e ripetè:  "La disciplina è la verga maestra. Essa è molto importante".

La domanda del laico è molto attuale. Essa costituisce il sottofondo della nostra riflessione. L'esercizio dell'autorità e dell'obbedienza non possono essere ridotti a qualcosa puramente disciplinare. Formano parte di un insieme più ampio. Su questo insieme più ampio cercherò di riflettere alla luce di quel che dice Gesù Cristo nei Vangeli:  "Qual'é secondo i Vangeli, l'obiettivo fondamentale dell'autorità e dell'obbedienza?

L'esercizio dell'autorità nella vita e nell'insegnamento di Gesù

Alla radice di tutto quello che il NT dice sull'esercizio dell'autorità sta la nuova esperienza di Dio come Padre che Gesù ha rivelato. Questa esperienza come ora vedremo, ha un influsso radicale (radice) sulla vita comunitaria e di conseguenza sulla maniera di esercitare l'autorità.

1. GESÙ ESERCITA LA SUA AUTORITÀ A SERVIZIO DELLA MANIFESTAZIONE DEL REGNO DI DIO

          La prima cosa che Gesù fa è “annunciare la Buona Novella di Dio” (Mc 1,14). Dio, l’arrivo del Regno di Dio, è la grande Buona Novella per la vita umana! L’esperienza che Gesù ha di Dio offre a lui un sguardo nuovo per leggere la realtà in modo diverso e lo capacita ad annunciare: “Il tempo è compiuto! Il Regno di Dio è arrivato!” (Mc 1,15). “Il Regno di Dio è in mezzo a voi!” (Lc 17,21). Il popolo ha percepito la novità, rimase meravigliato ed esclamò: “Egli parla con autorità (exousia), diverso dai dottori della legge” (Mc 1,22.27).

          Qui traspare un nuovo concetto di autorità. I dottori della legge, vivevano citando  autorità, ma, per il popolo, loro parlavano senza autorità (exousia), Gesù non citava nessuna autorità e il popolo diceva: “Insegnamento nuovo! Fatto con autorità!” (Mc 1,27). Gesù non parla di Dio, ma rivela Dio con il suo modo d’essere e di parlare. Lui annuncia quel che vive, e vive quel che annuncia. L’autorità degli scribi viene da fuori e si impone al popolo. Essa vince il popolo, ma non lo convince. L’autorità di Gesù viene da dentro e ha la forza di testimonianza. Essa non vince, ma convince.

          Il primo gesto con cui Gesù concretizza l’annuncio della Buona Novella di Dio è chiamare discepoli per seguirlo e formare comunità con lui (Mc 1, 16-20; 3,14). L’espressione “seguire qualcuno” indicava il rapporto tra i discepoli e il maestro. Il rapporto maestro-discepolo è diverso dal rapporto tra professore-allievo.  Gli allievi assistono alle lezioni del maestro su una determinata materia. L’autorità del professore risiede nella conoscenza accumulata per essere trasmessa agli allievi. I discepoli “seguono” il maestro e convivono con lui. Formano comunità con lui. L’autorità del maestro risiede nella sua maturità di convivere e nella sua testimonianza di vita, riconosciuta e accettata dai discepoli. Fu in questa “convivenza” di tre anni che Gesù esercitava la sua autorità e formava i discepoli e le discepole.

          L’autorità che Gesù esercita sui discepoli non è, in primo luogo, la trasmissione di norme da osservare, bensì la comunicazione di una nuova esperienza di Dio e della vita che da lui s’irradia (exousia). Questa porta i discepoli ad avere altri occhi, altri atteggiamenti. Fa in modo che, imitando Gesù, mettano i piedi accanto agli esclusi. Produce poco a poco la “conversione” come conseguenza dell’accettazione della Buona Novella di Dio e del Regno (Mc 1,15). È un’autorità che genera libertà e nuova visione. Non è disciplinare. È profetica!

          L’autorità di Gesù, il suo atteggiamento libero e profondamente umano, fa si che i discepoli comincino a discernere quel che serve per la vita e quel che non serve. Loro sono così coraggiosi da trasgredire norme che poco o niente hanno a vedere con la vita: colgono spighe in giorno di sabato (Mc 3, 23-24), entrano nelle case dei peccatori (Mc 2,15), mangiano senza lavare le mani (Mc 7,2) e già non insistono nel fare digiuno (Mc 2,18). Si distanziano dalle posizioni anteriori. La conversione continua. Per questo, sono coinvolti nelle tensioni e litigi di Gesù con le autorità e sono criticati e condannati dai farisei (Mc 2,16.18.24). Ma Gesù li difende (Mc 2,19.25-27; 7,6-13). È un’autorità che comunica discernimento critico e coraggio per assumere i rischi.

2. LA DIMENSIONE SAPIENZIALE DELL’AUTORITÀ DI GESÙ: RICOSTRUIRE LA VITA COMUNITARIA

          Oggi, dinanzi al fenomeno della massificazione e dell’urbanizzazione che distrugge il tessuto comunitario tradizionale, sorgono vari tentativi per ricostruire la vita comunitaria. Così anche, al tempo di Gesù, c'erano vari movimenti che cercavano di realizzare la speranza del popolo e creare una nuova maniera di vivere e convivere: esseni, farisei e, più tardi, i zeloti. Come Gesù, essi formavano comunità di discepoli e avevano i loro missionari (Mt 23,15). Però, a loro mancava la novità della Buona Novella di Dio. Loro usavano la loro autorità per mantenere le norme di purezza legale. Per esempio, quando andavano in missione, portavano bisaccia e soldi per preparare il  proprio cibo, poiché credevano che non potevano fidarsi del cibo del popolo che non sempre era “puro”. Insistevano sull’osservanza delle leggi e le spiegavano al popolo partendo da una visione antiquata di Dio. Così, l’esercizio dell’autorità, anziché favorire, rendeva difficile la fraternità e non aiutava la ricostruzione della vita comunitaria. Era un’autorità conservatrice. Non rinnovava la vita comunitaria. Non riconduceva il cuore dei figli ai padri.

          Nella comunità che si formava attorno a Gesù, l’esercizio dell’autorità aveva come obiettivo la promozione della fraternità, perché essa sia una visibilizzazione o una rivelazione progressiva della nuova esperienza di Dio e della vita. La comunità è la Buona Novella di Dio per il suo popolo. La sua ricostruzione era quel che il popolo aspettava dall’azione del profeta Elia per i tempi messianici: ricondurre il cuore dei padri ai figli, e il cuore dei figli ai padri (Ml 3,23).

          I discepoli e le discepole sono coinvolti nella missione e ricevono da Gesù l’ordine, o l’autorità, per ricostruire la vita comunitaria su nuove basi. Essi devono fondarsi su quattro punti che, da sempre, erano le colonne della vita comunitaria, ma che erano rotte al tempo di Gesù:

1.   Quando partono in missione, non possono portare niente (Mc 6,8; Lc 10,4). Se non possono portare niente, eccetto la Pace, è perché devono fidarsi dell’ospitalità del popolo. L’esito della missione non dipende solamente dal missionario e dall’annunzio che farà. Dipende anche dell’ospitalità del popolo che deve riceverlo. È un’autorità che non s’impone, ma si fa debole e provoca la partecipazione delle persone nella pratica del bene.

2.   Non possono andare di casa in casa, ma devono convivere in maniera stabile (Mc 6,10; Lc 10,7). Devono partecipare normalmente nella vita e nel lavoro del popolo, come se fossero uno di loro, e il popolo li accoglierà e condividerà con loro casa e cibo. È un’autorità che provoca la condivisione dei beni, il contrario dell’ impero romano, dove regnava l’accumulo dei beni.

3.   Devono mangiare quel che il popolo gli offre (Lc 10,8). Cioè, devono accettare la comunione della tavola. Nel contatto con il popolo non possono avere paura di perdere la purezza, imposta dalle leggi. La convivenza con il popolo rappresenta un valore superiore che li obbliga a trasgredire le leggi della purezza dell’epoca. È un’autorità che si fa sorella e amica.

4.   Come compito speciale devono curare i malati, guarire i lebbrosi e cacciare i demoni (Lc 10,9; Mt 10,8). Cioè, devono accogliere all’interno del clan quelli che da esso sono stati esclusi a causa di una cattiva interpretazione della Legge di Dio. La reintegrazione degli esclusi fa parte della missione che Gesù trasmette ai suoi discepoli. È un’autorità che si fa giustizia. Oggi tanta gente è esclusa in nome di Dio: divorziati, malati d’AIDS ...

           Se si adempiono queste quattro esigenze, ospitalità, condivisione, comunione della tavola e reintegrazione degli esclusi,  i discepoli possono gridare ai quattro venti: “Il Regno è arrivato!” (Lc 10,9; Mt 10,7). Poiché la Buona Novella del Regno non è una dottrina da trasmettere, nemmeno un catechismo da imparare a memoria, né una disciplina da imporre, né una cultura da esportare, né un’idea nuova da insegnare.  Il Regno di Dio accade quando le persone, a causa dell’annunzio di Gesù o partendo da Gesù, cominciano a convivere in comunità come fratelli e sorelle, rivelando così che Dio è Padre di tutti noi. In altre parole, l’autorità data ai discepoli consiste nel ricostruire la comunità locale, il clan, la “casa”, perché possa essere nuovamente un’espressione del Regno, dell’amore di Dio come Padre che fa di tutti fratelli e sorelle.

          Ogni nuova esperienza di Dio, quando è verace, porta cambiamenti profondi nella convivenza umana. Così, nella misura in cui cresce e si ricrea la piccola comunità attorno a Gesù, appaiono in essa cambiamenti profondi che devono orientare l’esercizio dell’autorità e caratterizzare ogni e qualsiasi comunità che pretende di essere cristiana.

1.   Tutti fratelli. Nessuno deve accettare il titolo di maestro, né di padre, né di guida, poiché “uno solo è il vostro maestro e tutti voi siete fratelli” (Mt 23,8-10). La base della comunità non è il potere, né il sapere, né la gerarchia o l’autorità ricevuta dagli altri, ma sì l’uguaglianza di tutti come fratelli. È la fraternità.

2.   Condivisione dei beni. Nessuno aveva niente di proprio (Mc 10,28). Gesù non aveva dove reclinare il capo (Mt 8,20). Ma, c’era una cassa comune che era condivisa anche con i poveri (Gv 13,29).

3.   Potere è servizio. “I re delle nazioni le dominano e quelli che le tiranneggiano sono chiamati benefattori. Tra voi non sia così” (Lc 22,25-26). “Chi vuole essere il primo sia l’ultimo!” (Mc 10,44). Gesù ha dato l’esempio (Gv 13,15). “Non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28).

4.   Potere di perdonare e riconciliare. Questo potere fu dato a Pietro (Mt 16,19), agli apostoli (Gv 20,23) e alle comunità (Mt 18,18). Il perdono di Dio passa per la comunità, che deve essere luogo di perdono e di riconciliazione, e non di condanna mutua. Oggi più importante che mai.

5.   Uguaglianza tra uomini e donne. Gesù cambia il rapporto uomo-donna, poiché porta via il privilegio dell’uomo dinanzi alla donna (Mt 19,7-12). Alla Maddalena ha dato l’ordine, l’autorità, di annunziare la Buona Novella agli apostoli (Mc 16,9-10; Gv 20,17).

          Così, poco a poco, la comunità che si forma attorno a Gesù diventa rivelazione del volto di Dio trasformato in Buona Novella per il popolo. È di questo che le nostre comunità carmelitane dovrebbero essere testimoni ed è in vista di questo che dobbiamo esercitare l’autorità.

3. LA DIMENSIONE PROFETICA DELL’AUTORITÀ DI GESÙ: RETTIFICARE IL SENTIERO DELLA COMUNITÀ

          Questo nuovo modo di convivere sorge in una società, che pensava esattamente l’opposto. Per questo, l’iniziativa di Gesù provoca forti reazioni: pro e contro. Pro, per parte del popolo a cui piaceva ascoltare Gesù, poiché lui gli annunciava la Buona Novella. Contro, per parte delle autorità religiose che domandavano a Gesù: “Con quale autorità fai queste cose?” (Mc 11,28; Gv 2,18). Nella domanda traspare una concezione d’autorità che pensava d’essere la padrona della situazione, alla quale gli altri dovevano chiedere permesso. Per il suo modo di esercitare il potere, le autorità religiose dell’epoca controllavano la vita del popolo e bloccavano l’entrata del Regno (Mt 23,13). Loro imponevano un’infinità di norme e leggi (Mt 11,28), che impedivano al popolo di percepire l’arrivo del Regno (Mc 1,15) e di gustare la sua presenza in mezzo a loro (Lc 17,20-21).

          Gesù riconosce l’autorità degli scribi e farisei, ma denuncia la mancanza di coerenza: “Fate quello che vi dicono, ma non fate quello che fanno” (Mt 23,2). Quando l’autorità perde di vista l’obiettivo per il quale fu data e si trasforma in se stessa, essa si perde, diventa oppressore e rende disumana la vita. “Quando Lei avrà la diocesi ben disciplinata, che farà con questa?”, diceva il laico al vescovo.

          Gesù non ha avuto paura di criticare quest’abuso di autorità. Per questo, fu perseguitato e minacciato di morte. Ma, dinanzi alle minacce del potere politico, sia dei giudei, sia dei romani, egli non s’intimidiva. Manteneva un atteggiamento di grande libertà (Lc 13,32;23,9; Gv 19,11:18, 23).

          Gesù non solo ha criticato con parole il modo in cui le autorità esercitavano il potere e promovevano la vita comunitaria. La comunità che nasceva attorno a Lui era una denuncia viva, un’alternativa profetica sotto vari aspetti:

1.       Le persone che componevano la comunità erano di vari livelli: pubblicani, pescatori, agricoltori, artigiani, Zeloti. La religione ufficiale, la cultura, la situazione economica e politica causavano conflitti tra questi gruppi sociali. Gesù li chiama a formare una comunità. Essa era la grande sfida! Era lo stesso che remare contro la corrente o camminare  contromano, tanto della società come della religione! È fino ad oggi la grande sfida dei cristiani! La comunità deve essere un segno del Regno, dove è possibile unire i contrari in fraternità a condizione per entrambi di fare la conversione in direzione di Dio. È l’autorità di Gesù che genera questo cambiamento, non come imposizione, ma come impegno liberamente accettato.

2.       I valori che orientavano la comunità di Gesù erano il contrario dei valori che orientavano la religione ufficiale del Tempio e la politica tanto d’Erode, come dell’Impero romano. Nella comunità di Gesù, il possesso dei beni era comunitario; loro vivevano la condivisione, esercitavano il potere come servizio, e non si curavano di quelle norme di purezza che erano contrarie alla vita. Il popolo si riconosceva in loro. Così, nella pratica di Gesù c’era un seme sovversivo, capace, a lunga scadenza, di rendere instabile e abbattere i valori o controvalori che sostenevano il sistema, mantenuto dalla politica del governo d’Erode, e, così, provare che un altro mondo è possibile. Generavano speranza.

3.       L’atteggiamento era di revisione permanente. Non è per il fatto che una persona vada con Gesù e  viva nella comunità che lei è già santa e rinnovata. In mezzo ai discepoli, ogni tanto ancora, l’antica mentalità alzava la testa, poiché il “lievito di Erode e dei farisei” (Mc 8,15), cioè, l’ideologia dominante, aveva radici profonde nella vita di quel popolo. Gesù fa tutto il possibile, perché la piccola comunità che nasce attorno a Lui non si contamini con la concezione di autorità che caratterizzava tanto la religione dell’epoca come l’Impero romano.  La conversione che lui chiede va lontano e a fondo. Egli vuole raggiungere la radice e sradicare il “lievito”. Ecco alcuni casi di questo modo fraterno  di  Gesù di esercitare l’autorità  per correggere i discepoli.

(1)      Mentalità di gruppo chiuso
Un giorno, qualcuno che non era della comunità, usava il nome di Gesù per scacciare i demoni. Giovanni lo vide e proibì: “Gli abbiamo impedito, perché egli non viene con noi” (Mc 9,38). In nome della comunità Giovanni ha impedito una buona azione! Egli pensava di essere padrone di Gesù e usò la sua autorità per proibire che gli altri usassero il suo nome per fare del bene. Volevano una comunità chiusa in se stessa. Era l’antica mentalità del “Popolo eletto, Popolo separato!”. Gesù risponde: “Non lo impedite!... Chi non è contro è a favore!” (Lc 9,39-40). Per Gesù, quel che importa non è se la persona fa o non fa parte della comunità, ma se lei fa o non fa il bene che la comunità deve realizzare.

(2)      Mentalità di gruppo che si considera superiore agli altri.
Certe volte, i samaritani non volevano ospitare Gesù. La reazione dei discepoli era: “Che un fuoco del cielo distrugga questo popolo!” (Lc 9,54). Pensavano che, per il fatto di stare con Gesù, tutti dovevano accoglierli. Pensavano di avere Dio dalla loro parte per difenderli. Era una mentalità antica di “Popolo eletto, Popolo privilegiato!”. Gesù li rimprovera: “Voi non sapete da che spirito siete animati” (Lc 9,55).

(3)      Mentalità di competizione e di prestigio.
I discepoli litigavano tra di loro per il primo posto (Mc 9,33-34). Era la mentalità di classe e di competizione, che caratterizzava la società dell’ Impero romano. Questa già si infiltrava nella piccola comunità che si  stava appena avviando! Gesù reagisce e comanda di avere una mentalità contraria: “Il primo sia l’ultimo” (Mc 9,35). È il punto in cui egli ha insistito di più e sul quale ha dato di più la propria testimonianza : “Non sono venuto per essere servito, ma per servire” (Mc 10,45; Mt 20,28; Gv 13,1-6).

(4)      Mentalità di chi emargina il piccolo.
I discepoli allontanano i bambini. Era la mentalità della cultura dell’epoca in cui il bambino non contava e dovevano essere disciplinati dagli adulti. Gesù li rimprovera: “Lasciate che i bambini vengano a me!” (Mc 10,14). Egli mette il bambino come maestro degli adulti: “Chi non riceve il Regno come un bambino, non vi può entrare” (Lc 18,17).

(5)      Mentalità di chi segue l’opinione dell’ideologia dominante.
Un giorno, vedendo un cieco, i discepoli domandarono: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?” (Gv 9,2). Come  oggi, il potere dell’opinione pubblica era molto forte. Faceva pensare  a tutti  di essere d’ accordo con l’ideologia dominante. Mentre se pensiamo così non è possibile raggiungere tutta la portata della Buona Novella del Regno. Gesù li aiuta ad avere una visione più critica: “Né lui, né i suoi genitori” (Gv 9,3). La risposta di Gesù suppone una lettura diversa della realtà.

          Come al tempo di Gesù, anche oggi, attraverso molti canali, la mentalità antica rinasce e riappare nella vita delle nostre comunità, Gesù aiutava i discepoli a cambiare vita e visione e a continuare la conversione, nella formazione permanente. Come reagiamo e usiamo l’autorità per impedire che la mentalità atea e secolarizzata dell’attuale sistema neoliberale contamini il nostro modo di convivere?

4. LA DIMENSIONE SACERDOTALE DELL’AUTORITÀ DI GESÙ: RIFARE L’UNIONE CON IL PADRE

          Alla radice di tutto ciò che il NT ci dice sull’esercizio dell’autorità sta la nuova esperienza di Dio come Padre, che Gesù ci ha rivelato. Questa sorgente era coperta, impedita di zampillare. L’immagine che il sistema comunicava rispetto a Dio era causa di paura. Gesù ha riaperto l’accesso alla sorgente, perché tutti potessero avere la stessa esperienza di Dio e, di conseguenza, potessero generare la stessa fraternità. Così, attraverso questa nuova maniera di Gesù  di esercitare l’autorità, il Dio dei padri, che pareva tanto distante e severo, andò acquistando i lineamenti di un Padre buono e di gran tenerezza e  divenne una Buona Novella per il popolo. La comunità  divenne, nuovamente, una rivelazione di Dio come Padre.

          Questa Buona Novella che Gesù ci ha portato è frutto di un’iniziativa dell’incredibile gratuità dell’amore di Dio. Egli ci ha amato per primo. Ma la gratuità dell’amore soltanto è potuta arrivare a noi grazie all’obbedienza totale e radicale di Gesù. L’obbedienza è l’altro lato dell’esercizio dell’autorità. L’autorità di Gesù nasce dalla sua obbedienza al Padre. Fare la volontà del Padre era l’asse della sua vita, il suo alimento giornaliero (Gv 4,34). “Quando entrò nel mondo Egli affermò: Eccomi! Sono venuto, o Dio, per fare la tua volontà!” (Eb 10,5.7). Quando lasciò il mondo, fa la verifica e dice: “Tutto è realizzato!” (Gv 19,30).

          Quest’obbedienza non è stata facile per Gesù. La comunione tra lui e il Padre non era automatica, ma piuttosto frutto di una lotta che lui sosteneva dentro di se per obbedire al Padre in tutto ed essere sempre unito a Lui. Gesù diceva: “Da me stesso  non posso fare niente: io giudico secondo quel che ascolto” (Gv 5,30) “Il Figlio da se stesso  non può fare niente, ma soltanto quello che vede il Padre fare” (Gv 5,19). “Pur essendo Figlio di Dio, imparò l’obbedienza attraverso le sue sofferenze” (Eb 5,8). Ha dovuto pregare molto per poter vincere (Eb 5,7; Lc 22,41-46). Ma ha vinto. Nessuno, niente, mai, nessun’autorità, in alcun momento, riuscì ad interferire in questo segreto più profondo di Gesù. Quelli che hanno provato sbattevano contro una muraglia impenetrabile, in una libertà impressionante. Egli fu obbediente fino alla morte, e alla morte di Croce (Fp 2,8).

          Chi obbedisce non parla in nome proprio, ma sì in nome di colui al quale obbedisce. Questa fedeltà al Padre era il pozzo dove lui beveva. “Non parlo da me stesso, ma parlo come mi ha insegnato il Padre” (Gv 8,28). “Faccio sempre quello che lui gradisce” (Gv 8,29). Fa solo quello che vede il Padre fare (Gv 5,19). L’obbedienza fa  si che con Gesù diventi totalmente trasparente, radicalmente libero. Per l’obbedienza si è svuotato di sé e ha lasciato che il Padre prendesse il posto suo. La comunione tra Gesù e il Padre che risulta dall’obbedienza, è così perfetta che i due si identificano. Tutto quel che Gesù fa è rivelazione del Padre. “Chi mi vede, vede il Padre!” (Gv 14,9; cf 10,30; 17,10; 12,45). Il Regno di Dio era e continua ad essere, innanzitutto, il volto del Padre ad essere rivelato al popolo, sopratutto ai poveri!

          È qui, in questa sua obbedienza, che sta la sorgente dell’autorità (exousia) di Gesù e della sua libertà dinanzi alle autorità (Gv 8,16; cf 5,31-32; 8,14). Lui non ha bisogno di testimoni. “Il Padre è con me”. È autorità profetica. Non obbedisce per poter esser obbediente.

          L’obbedienza di Gesù non era disciplinare, ma sì profetica. Per mezzo di essa, si infransero le catene e si  strappò il velo che nascondeva il volto di Dio.  Si è aperto per noi un nuovo cammino fino a Dio. A causa della sua obbedienza la voce di Gesù era la voce del Padre. A causa dell’obbedienza al Padre lui non obbediva alla tradizione degli uomini e la criticava. L’obbedienza ha senso solo in quanto rivelazione del Padre! La risposta del Padre all’obbedienza di Gesù fu la risurrezione (Eb 4,7; Fp 2,9).

          Tutto  ciò che si è creato come segno, sacramento, simbolo, festa, celebrazione nella comunità è perché possiamo avere accesso a questa stessa sorgente dove Gesù beveva. Lui stesso indicò il cammino, attraverso la sua vita di preghiera per la quale manteneva l’orecchio attento a quel che il Padre voleva da lui. Preghiera personale e preghiera comunitaria, celebrazione delle feste e creazione di nuovi riti e segni come l’eucaristia, dove abbiamo accesso all’amore che lui ci ha rivelato, nato dalla sua intimità con il Padre.

          Come riassunto cito una frase di Gesù che chiarisce tutto: “Non ho molto tempo per parlare con voi, poiché il principe di questo mondo sta arrivando. Lui non ha potere su di me, ma viene perché il mondo riconosca che io amo il Padre, ed è per questo che faccio tutto ciò che il Padre mi ha mandato. Alzatevi. Andiamo via di qui!” (Gv 14,30-31). Egli si alzò e andò nell’Orto degli Ulivi. Era arrivata l’ora di passare da questo mondo al Padre. “Avendo amato i suoi, diede loro l’estrema prova del suo amore” (Gv 13,1).

CONCLUSIONE

          Alla fine di questa meditazione vale la pena ricordare il messaggio finale della nostra Regola al fratello B. e ai priori: Tu, poi, o fratello B., e chiunque dopo di te verrà istituito Priore, abbiate sempre nella mente ed osservate in pratica quello che il Signore dice nel Vangelo: chi tra voi vuole essere più grande sarà vostro servo e chi vuole essere il primo sarà vostro impiegato. Il priore riceve questa raccomandazione non per sapere come egli deve animare gli altri a vivere in ossequio di Gesù Cristo. Egli deve essere un altro Gesù, servo in mezzo ai fratelli. Non sono, in primo luogo, le qualità che definiscono la funzione del priore, ma  la sua posizione come rappresentante di Gesù. Questo esige dai sudditi uno sguardo di fede e di umiltà (RC 21), ed esige dallo stesso priore un maggiore sforzo nell’osservanza dell’ideale.

          Nella nostra Regola, il superiore non è un abate, non è visto come uno che, per la sua dottrina e per le sue esposizioni, insegna agli altri come devono vivere in ossequio di Gesù Cristo. Egli è visto come uno che, nella pratica, per il suo modo di servire, è una testimonianza viva di Gesù, un riflesso di Gesù per i fratelli. Come Gesù, il priore deve essere la rivelazione di quel che Dio vuole da noi. Deve essere un dottorando nella meditazione e nella "vivenza" della Parola di Dio. Lui farà questo avendo sempre in mente e mettendo in pratica le cose che il Signore dice nel Vangelo.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

Atti 20,17-38
Nel suo discorso per i coordinatori e coordinatore delle comunità dell’Asia Minore, Paolo da una testimonianza personale:
1. Quali sono i punti centrali del modo come Paolo esercita la sua autorità presso le comunità?
2. Come esercito l’autorità presso le comunità della provincia?
3. Che testimonianza personale io offro ai miei confratelli?

Matteo 18,10-22
In questo quarto discorso di Gesù nel Vangelo di Matteo, chiamato “Sermone della Comunità” (Mt 18), l'evangelista raccolse vari consigli di Gesù per orientare i coordinatori e coordinatore delle comunità cristiane per le comunità nella Siria-Palestina degli anni 80 sul modo de esercitare l’autorità nelle rispettive comunità:
1. Quali sono i punti centrali dell’esercizio dell’autorità in cui Gesù insiste di più?
2. Confronta l’esercizio dell’autorità nelle comunità della tua provincia con i consigli dati da Gesù?
3. Come cerco di esercitare l’autorità nella mia provincia?


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Ultima revisione: 6 settembre
2003