RIFLESSIONI TEOLOGICHE SULLA POTESTA' DI GOVERNARE NELL'ORDINE - Sui Sentieri del Concilio Ecumenico Vaticano II

Carlo Cicconetti, O.Carm.

Introduzione

Icona biblica: Fil  2,7-11

L'itinerario di Gesù verso la Sovranità, verso la universale e suprema autorità, ricevuta dal Padre, dopo avere appreso l'obbedienza "da quello che patì" (Ebr 5,8-9)  è la proposta pedagogica e l'illustrazione sintetica dell'Autorità vista in riferimento a Dio. (Teologia dell'Autorità)

Allo stesso tempo Paolo presenta, in questo brano, a tutti i cristiani un modello vivo e reale  del cammino di crescita dell'uomo nella comunione con Dio e con i fratelli (Fil. 2,5).

Premesse

1.   Non sono specializzato in Ecclesiologia e non sono professore. Ho risposto a un'emergenza del Consiglio Generale.
2.   La parola stessa "Autorità" suscita, spontaneamente, quasi sempre, una reazione di antipatia;spero però che le riflessioni bibliche du Carlos abbiano attenuato questo sentiimento., presentaandoci un concetto di autorità che non è quello che abbiamo abitualmente in mente.
3.   L'approccio teologico al tema dell'autorità si pone nell'ottica di un ideale triangolo costituito da Bibbia, Teologia e diritto canonico (infatti anche il diritto è teologia). Sono iconsapevole che ci sono molte teologie della Chiesa in circolazione: scelgo quella che mi sembra più vicina alla concezione ufficiale, per motivi pratici, senza esprimere alcun giudizio critico.

1.Contesto socio-culturale e Autorità

"L'autorità come servizio e l'obbedienza sono valori che vanno contro la cultura d'oggi" constata il recente Capitolo Generale. Il rapporto tradizionale superiore - suddito è messo in discussione dalla mentalità caratteristica della nostra epoca, che si qualifica per una forte accentuazione della libertà propria della persona e il.desiderio di ritrovare sempre in sé stessi le radici ultime del proprio agire evitando ogni formalismo. D' altra parte è cresciuta nell'individuo la consapevolezza della sua interdipendenza  con gli altri uomini, non solo nel piccolo mondo ove era abituato a vivere, ma anche in un mondo più vasto,  "globalizzato", nel dialogo tra le culture, le classi, le nazioni, le economie. Entrambi questi valori (esprimono qualcosa di genuinamente umano e di naturalmente cristiano (Cfr. VF 49). La genuina aspeirazione del religioso (come di ogni uomo ) di oggi sembra quella di dar vita ad un'autentica comunità ( esigenza di  in cui il singolo possa realizzare la sua identità in un rapporto fraterno di condivisione e di comune crescita insieme agli altri. (Cfr. Costituzioni O.N.,19, 21.24, e specialmente 33). Tuttavia una esasperata  sottolineatura della libertà, sganciata da ogni riferimento al trascendente, almeno in Occidente, fa respirare una cultura dell'individualismo permissivo da cui non possiamo dirci esenti. (cfr. Vita Fraterna=VF 4b).

2.   La "potestà sacra" (Autorità) nella Chiesa mistero di comunione

L'Autorità come la Chiesa stessa è un "mistero": questa affermazione, preliminare ha una funzione metodologica. Infatti all'inizio di ogni trattazione teologica le nozioni, necessariamente umane e tratte dalla nostra esperienza quotidiana, richiedono una purificazione prima di essere applicate a una realtà che viene da Dio. Pensiamo alla nozione di "persona" nella Trinità, per esempio.  Dio è "persona", ma non come lo è l'uomo. A maggior ragione abbiamo bisogno di ricordarci preliminarmente questa esigenza quando pensiamo alla Chiesa sotto il suo aspetto di autorità, gerarchia, potere. Ci troviamo infatti davanti a una realtà che ci sembra ben nota, vicina alle nostre esperienze umane, "pronte a rientrare facilmente nelle nostre categorie  abituali che in questo caso sono quelle del diritto, le più rigide". Il  concetto abituale di "Autorità" non va accettata nel nostro ambito senza una preventiva rettifica.

L'Autorità, o "potere di dare un ordine, di pretendere che sia eseguita" nella Chiesa e perciò in un Istituto religioso ha una componente "mistica"; questa è relativa al Mistero della Chiesa e , in ultima analisi, al "Mistero di Dio-Trinità". 

2.1 L'uomo è l'unica creatura che Dio ha voluto per sé stessa (GS 24c), creandola a sua immagine e somiglianza e destinandola alla comunione con Sé (GS 19): Dio può esigere la sua obbedienza, perché l'ha creato, è il suo  "Autore" (una delle etimologie proposte di "autorità").  Poiché "Dio è Amore" (Gv 4,16) ogni rapporto tra Dio e l'uomo si traduce in termini di amicizia accettata o rifiutata. Dio non sovrasta l'uomo con la sua infinita superiorità, ma nel proporre un "patto di amicizia"  ("Se vuoi essere perfetto…realizzarti…), lo lascia libero di accettare e responsabile della propria decisione,  perché "dove c'è costrizione, non c'è libertà, né giustizia"

L'amore di Dio non viene meno con l'infedeltà dell'uomo: essa è redenta con la Passione, morte e Risurrezione di Cristo: in Lui Dio contrae una "Nuova Alleanza" con il "Popolo di Dio" e perciò con ogni battezzato che di quel popolo è parte. Dio realizza  un rapporto personale con ogni battezzato nel suo impegno di realizzarsi nell'amore. Ma per la sua somiglianza con Dio-Amore non volle  salvarlo "individualmente e senza alcun legame con gli altri" (cfr LG 9).

2.2  Gesù Cristo è la Nuova Alleanza; Egli, costituito "Capo e Salvatore", (Atti 2,21.38 5,31; 10,42; Fil 2,11) "comunicando il suo Spirito costituisce misticamente come suo corpo i suoi fratelli, chiamati tra tutte le genti" (LG 7), Di questo corpo Egli è il Capo.(ivi).

Come la natura umana di Gesù è l'espressione visibile della natura divina del Verbo Incarnato, per costituirsi organo vivente di salvezza, così la natura sociale della Chiesa è l'espressione visibile della sua natura misterica, per costituirsi organo vivo di salvezza per tutti gli uomini.

Cristo Gesù, unico Mediatore l'ha costituita sulla terra "quale organismo visibile attraverso il quale diffonde su tutti la verità e la grazia".

La "comunità visibile e quella spirituale", la chiesa "costituita di organi gerarchici"  e il Corpo Mistico di Cristo costituiscono ua sola complessa realtà (LG 7-8).

2.3 La Chiesa, "sacramento dell'intima unione con Dio e dell'unità del genere umano" (LG 1) è per questo in terra "il germe e l'inizio del Regno" (LG 5) cioè "della piena e gratuita  partecipazione degli uomini alla inesauribile vita di amore e di libertà, di gioia e di unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo". La Chiesa  è essenzialmente mistero di comunione "popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".

La Chiesa è perciò ordinata al bene di tutta l'umanità e tutta l'umanità è misteriosamente ordinata a far parte del Popolo di Dio, popolo della Nuova Alleanza. La Chiesa  è istituita per rendere vera, reale, visibile e concreta la santa  "Koinonia" della SS. Trinità nella realtà umana.

A questo scopo l'autorità che Gesù Salvatore ricevette dal Padre è stata da Lui data alla Chiesa, tramite i Dodici e trasmessa "per successione apostolica" ai Vescovi e al Papa, successore di Pietro (Gv 20,21; Gv 21, 15ss; Mt17,18; 28,19; Mt 16, 19; Mc 16,15).

La Chiesa tutta è abitata da questo "mistero" divino (cfr. Efesini, 1,3ss) di salvezza a favore del genere umano: perciò tutte le istituzioni della sua organizzazione, hanno lo scopo di favorire il bene spirituale dei fedeli, cioè la loro comunione di Carità con Dio-Trinità., perché compiano la loro missione per tutta l'umanità.

L'Autorità, (Potestà sacra), perchè proveniente da Dio per Cristo, si colloca tra queste istituzioni: e questi mezzi. La sua natura è strettamente connessa con l'identità ontologica e con il progetto divino che la Chiesa porta in sé. E' uno dei carismi per l'edificazione della comunità cristiana (Cfr. 1 Cor 12,28), per la realizzazione esterna e visibile della "comunione".

Perciò l'Autorità, come la Chiesa, ha una dimensione "misterica" e una visibile: da una parte  il dono di Dio, la sua paternità-autorità partecipata , la "grazia o carisma del governo" e dall'altra  la sua espressione visibile, mutabile, nelle sue funzioni ed esercizio, e con i segni della fragilità umana. (cfr.  2Cor.4,7). L'autentica natura dell'Autorità nella Chiesa non può essere colta da chi si limitasse alla sua funzione sociale e alla sua espressione visibile: come non coglierebbe la natura della Chiesa chi si limitasse a coglierla nella sua storicità.

La Chiesa,"popolo che vive in comunione" (Hamer),  cammina insieme a tutto il genere umano nella storia, tra le opacità e insidie del "mysterium iniquitatis", come segno profetico e strumento efficace di questa divina comunione. La potestà di governo, cioè l'autorità che compagina il corpo della Chiesa e l'adesione ad essa, ha ragione di mezzo e non di fine: ogni espressione di Autorità  nella Chiesa si traduce, fondamentalmente, in una offerta di servizio a tutela di un impegno di fedeltà-amicizia che essa, nel suo insieme ha contratto con Dio in Cristo Salvatore e unico Mediatore, a favore degli uomini.

2.4 L'Autorità o "sacra potestas"  della Chiesa è partecipazione alle tre funzioni (tria munera)  principali svolte da Gesù Cristo: profetica (insegnare), sacerdotale (la santificazione),  regale (il governo). Gesù Cristo le partecipa e comunica, quel potere che le è stato dal Padre, in quanto necessaria a svolgere e continuare la sua missione salvifica. L'Autorità non "sostituisce", Cristo che resta per sempre l'unico Signore. Fondamentalmente è Cristo stesso che continua a governare la sua Chiesa  mediante i doni dello Spirito: anche l'Autorità è uno di quei "canali di grazia", "sacramento" di Cristo-Capo. All'autorità è conferito il suo mandato di radunare i figli dispersi, di mantenerli nella sua parola, nell'amore scambievole tra tutti.

In una Chiesa "ministeriale" questo potere-servizio è diffuso e partecipato  organicamente: per il sacramento del Battesimo, radicalmente ogni cristiano ne ha o può riceverne "per mandato" della Chiesa una parte.

3. L'Autorità, o potestà di governo di un Superiore Religioso è "potestà" di natura ecclesiale.

3.1 La vita religiosa è un modo particolare di partecipare alla natura sacramentale del popolo di Dio", cioè alla sua funzione di "segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano"  (Mutuae Relationes,n.10; cfr LG 1; 46).

All'interno di ogni Istituto di vita religiosa  e in conformità al suo "carisma" l'autorità del superiore religioso  "procede dallo Spirito del Signore in connessione con la sacra gerarchia, che ha canonicamente eretto l'Istituto ed autenticamente approvato la sua specifica missione" (MR 13). 

Data la condizione profetica, sacerdotale e regale, comune a tutto il popolo di Dio (cfr. 1 Pt 2.9-10; LG 9,10, 34.35. 36) è legittimo accostare per analogia, prosegue il Mutuae Relationes, la competenza dell'autorità religiosa, in primo luogo dei Superiori maggiori, alla triplice funzione del ministero pastorale: insegnare, santificare, governare, in quanto a lui anche, come ai Pastori della Chiesa, è affidato il compito di pascere questa porzione di popolo di Dio che sono i religiosi. Questo specialmente per i Superiori Maggiori (Ordinari secondo il diritto canonico: can.134,§1).

a. La triplice funzione di Cristo spiega il contenuto e la finalità dell'Autorità del Priore Provinciale (naturalmente al priore Generale) la funzione profetica,: da qui la sua competenza primaria nella Formazione spirituale  in relazione al progetto evangelico dell'Ordine. Il suo primo compito è di "animazione spirituale, comunitaria e apostolica" (MR 13 a; VF 51a). Ma nasce da qui anche un grave dovere di vigilanza sulla dottrina: La missione del superiore religioso è di natura pastorale spirituale (can.618; can.619).

La cura per la buona dottrina (Tim. 4,6; cfr. can.833,n.8) è primario servizio pastorale; egli per primo deve essere aperto all'insegnamento teologico del Magistero. "Sentire cum Ecclesia", ma anche del suo Ordine.. (MR 33; VC46).

b. L'ufficio di di santificare comporta "una speciale competenza e responsabilità di perfezionare  in ciò che riguarda l'incremento della vita di carità", la fedeltà comunitaria e personale nella pratica dei consigli evangelici, secondo la Regola. E' la responsabilità della Formazione non solo iniziale, ma anche permanente o continua dei religiosi (MR 13b).

L'autorità nella Vita Religiosa è "al servizio  del progresso spirituale del singolo e dell'edificazione della vita fraterna nella Comunità". E'  "autorità "spirituale"  (VF 49; 51a; IL 10) che deve favorire e sostenere anzitutto nei religiosi la totale dedizione al "sevizio di Dio".

c. L'ufficio di governare comporta la competenza e responsabilità dei superiori di organizzare i membri dell'Ordina, di far convergere le loro azioni e doti verso un comune progetto di vita spirituale e di missione a servizio della Chiesa per il regno. E' un compito di Unità, di comunione,  anche in senso di visibilità e di reale efficienza, sia pure a livello  dei singoli, della comunità,  ma anche della provincia, o dell'Ordine, come un corpo organico (MR 13c). Pur essendo vero che l'efficienza in senso religioso-spirituale non si misura con i medesimi parametri della efficienza pragmatica di altre istituzioni sociali.

Il superiore si adopera perché "la casa religiosa non sia semplicemente un luogo di residenza,  un agglomerato di soggetti ciascuno dei quali conduce una storia individuale, ma sia una comunità fraterna in Cristo", "nella quale si cerchi Dio e lo si ami sopra ogni cosa (VF 50 a-b; cfr. Instr. Laboris, n.10).

4. L'Autorità nel Carmelo

4.1 Il gruppo di eremiti "dimoranti al Monte Carmelo, presso la Fonte", si presenta subito sotto il segno dell'Autorità-obbedienza: sono sotto l'obbedienza di Brocardo, e desiderano esprimere la loro volontaria e totale "obbedienza" a Cristo Gesù, riconoscendone la "signoria" universale (Regola n.1, 2), espressa sacramentalmente nella sua Chiesa e nei suoi Pastori. Sin dagli inizi cercò  l' approvazione della Chiesa.

"Alberto, per grazia di Dio,  chiamato ad essere Patriarca della Chiesa di Gerusalemme , agli amati figli in Cristo Brocardo e gli altri eremiti che vivono sotto la sua obbedienza, presso la Fonte, al Monte Carmelo, salute nel Signore e benedizione dello Spirito Santo".  (Regola n.1)

L' Autorità: un concetto così irritante e dissonante dalla nostra mentalità è qualificata come "grazia di Dio e vocazione" sin dalle prime righe della nostra Regola. La potestà di governare, è "grazia", cioè in greco, "Charis", da cui "carisma", "dono",  di Dio: concorre assieme agli altri molteplici "carismi" alla edificazione della sua Chiesa (1 Cor.12,28; 1 Cor 12,4-11; cfr. Ef 4,7.11-16). Affonda cioè le sue radici nella Agape Divina: è espressione di amore. La grazia è per definizione "partecipazione e comunicazione della vita divina".

E' VOCAZIONE, perchè nessuno si arroga l'autorità (nella Chiesa), come il ministero sacerdotale, se non vi è chiamato da Dio. Da Lui viene ogni paternità in cielo e in terra (cfr.Gv 19,10-11; cfr. Ebr 5,1-10).  Concretamente Alberto è stato "chiamato" (eletto da chi aveva voce nel Capitolo dei Canonici Regolari del Santo Sepolcro di Gerusalemme), più tecnicamente lo hanno " postulato ", in quanto non avrebbe avuto voce passiva in quella Chiesa.

Ma la Vocazione, ultimamente è da Dio: egli chiama e da a ciascuno un  " carisma o una diaconìa" (1 Cor 12,4-11; cfr. Ef 4,7.11-16), compreso il "carisma del governo" o la "chiamata" al governo (1 Cor.12,28) mediante la Chiesa e a favore del Popolo di Dio. Questa è la fonte primaria di legittimazione dell'Autorità di Alberto: ma non sarebbe sufficiente se gli eremiti non fossero essi stessi "in Cristo",  cioè battezzati e membri della Chiesa, anzi  membri di questa Chiesa particolare, la Chiesa di Gerusalemme. Nel saluto-benedizione è espressa la finalità dell'Autorità: la salvezza (o salute) nel Signore, i doni dello Spirito Santo, per l"uomo nuovo".

La Tradizione dei Padri della Chiesa e della vita monastica menzionata subito dopo e anche a proposito della Preghiera Liturgica (n.2, 11)  completano questa visione delle relazioni intraecclesiali che sono parte della esperienza fondazionale del Carmelo.

L'Ordine Carmelitano, presentando la Regola secondo cui promette di vivere nell'obbedienza a Cristo e esplicitando, in vari modi, il suo servizio o carisma peculiare secondo cui si impegna con la Chiesa ha sottoscritto con essa un Patto pubblico;   per questo  riceve dalla Chiesa l'Autorità per l'esercizio fedele di tale carisma. Nell'ottica del Patto biblico che assieme alle promesse di Dio, prevedono un "capitolato" dell'Alleanza , la Torah, anche questo "Patto" significa l'assunzione di doveri nei confronti di tutta la Chiesa. Sarà sancito a livello universale nei vari interventi dei Papi, a favore dell'Ordine, e garantito con l'osservanza delle sue leggi fondamentali. Il singolo frate che con la Professione religiosa si impegna davanti alla Chiesa e con l'Ordine entra nell'ottica di questa Alleanza .

4.2 Alberto, Patriarca di Gerusalemme, laureato in utroque iure, nella nostra Regola unisce in un ideale trinagolo, con saggio equilibrio Bibbia, Teologia (l'ecclesiologia ricevuta dai Padri della Chiesa) e il diritto, come codice e strumento di comunione; non solo in questo saluto iniziale, ma qua e là in tutta la sua "Forma vita".

Evocata la fonte della sua autorità nei confronti degli eremiti presso la Fonte, "stabilisce". Cioè ordina autoritativamente, quello che secondo la tradizione ecclesiale è necessario per vivere "concretamente" in obbedienza a Cristo: con enfasi evidente nella lingua latina vuole un'autorità, un Priore, "uno eletto tra loro" : "illud in primis statuimus…", perché se vuoi realmente vivere "sotto la signoria di Cristo", nel suo "ossequio" devi cominciare con il riconoscere "sopra di te qualcuno che Lo rappresenta",  che ne fa le veci (Regola n.4,23; cfr. Rom 13,1), per iniziare il cammino inverso a quello di Adamo (n.4). L'Autorità del Priore è mezzo, non fine: il Priore non  mira a imporre la sua volontà, ma  a "guidarli all'obbedienza a Cristo" (cfr. Cost.,n.48).

Non dobbiamo aver timore di parlare di "potestà-potere" o di autorità quando sappiamo che questa "tra noi" non è la stessa che esercitano "di fatto" i "potenti" del "mondo" (regola, n.22 cfr. Mt 20,25-26), ma riveste le qualità del servizio evangelico.

Nessuno pretenda di imporre un Priore alla comunità (Gregorio IX): perchè tra l'autorità e coloro sui quali presiede si contrae un patto bilaterale: i frati eleggono, (in tal modo esercitano un potere, un.autorità anch'essi);  la persona "eletta" accetta (e cioè in qualche modo esercita un diritto, un potere): solo allora, con mutuo consenso, confermato dall'autorità superiore, si stabilisce l'alleanza tra la persona chiamata a rivestire l'Autorità, e i frati che hanno promesso obbedienza.. I  teologi-giuristi del tempo vedevano la elezione ad un ufficio da parte di una comunità (non solo quella del Vescovo nella sua Chiesa diocesana) come un "patto sponsale", dunque un rapporto dettato dalla Carità.

4.3 L'Autorità "proviene da Dio", " i Superiori fanno le veci di Dio", sono un "servizio" eun "ministero":  (PC 14; can. can.618; 619 ) sono affermazioni tuttora valide. Esse affondano la loro radice nella concezione teologica e antropologica della Bibbia, recepita dalla Patristica e dalla Tradizione della vita monastica. Naturalmente si presuppone la fede che conduce alla speranza e all'amore. Per la teologia cristiana questo è valido anche per le autorità civili: l'uomo è il fine e la misura di tutte le istituzioni umane e divine.

Nell'Ordine Carmelitano, come in altri Istituti religiosi, essa è finalizzata al bene  e  al servizio della Chiesa stessa e, più direttamente, al "servizio" di quel gruppo di fedeli-sudditi, che con la professione religiosa abbracciano la vita e santità della Chiesa stessa, nella forma di vita carmelitana approvata canonicamente dalla Chiesa stessa. La professione religiosa entra nell'ottica di quell' alleanza sponsale della Chiesa, patto di amicizia, e piena identificazione con il suo "mistero (cfr. 1 Tm 5,9-15).  La Regola e le Costituioni sono il "capitolato" di questa Alleanza, il "Codice di comunione". Vissuto e interpretato all'interno dell'ordinamento della Chiesa. Questo non vuol dire che siano chiusi gli spazi alla "libertà di coscienza", (che rimane sempre l'ultima istanza) o  di quella "profetica" (autenticamente tale).

5. Uomo dell'Unità e del Carisma dell'Ordine

S. Ignazio di Antiochia nella sua lettera ai cristiani di Filadelfia chiamava il responsabile di una comunità " Uomo determinato all'unità", comandato dalla preoccupazione dell'unità. Uomo dell'unità sia delle persone sia delle varie istanze e compiti della comunità, nel nostro caso, della comunità provinciale. Un compito di tutti i tempi, ma oggi reso particolarmente complicato e difficile da quel complesso di fattori di cui abbiamo parlato sopra (n.1).

Non ripeto tutti gli aspetti cui deve mirare un "autorità operatrice di unità" : essi sono riportati per esteso nell'Instrumentum Laboris ripettivamente (n.9, 10; 12, 14).

Qui richiamo l'attenzione su un solo punto: rientra tra i compiti principali dell'Autorità dell'Ordine (a ogni livello):  la promozione di una concorde collaborazione per il bene dell'Istituto e della Chiesa; un'autorità che suscita cioè l'apporto di tutti  alle cose di tutti.

Il "bene dell'Ordine" (che è il primo e indispensabile contributo alla missione della Chiesa) è il "carisma carmelitano" vissuto e testimoniato. Esso è una componente fondamentale dell'unità dell'Ordine, delle provincie e delle comunità (cfr. VF 45).

"Vivere in comunità infatti è vivere tutti insieme la volontà di Dio, secondo l'orientamento  del dono carismatico che il fondatore ha ricevuto da Dio e che lui ha trasmesso ai suoi discepoli e continuatori" (VF 45)  E' attorno ad esso che il superiore deve costruire   "unità e comunione" (ivi)."L'approfondita comprensione del carisma conduce ad una chiara visione della propria identità, attorno alla quale è più agevole creare unità e comunione. Essa permette inoltre  un adattamento creativo alle nuove situazioni e ciò offre prospettive positive per il futuro di un Istituto" (VF 45;  cfr.MR 11-12;:VC 92-93).

Il primo "superiore" ad avere questo compito è il Capitolo Generale (autorità collegiale), "segno dell'unità dell'Ordine nella carità", al quale "compete soprattutto tutelare il patrimonio dell'Istituto…e promuovere  un adeguato rinnovamento che ad esso si armonizzi" (Cost. n.255;  Can 631). Questo "autoritativamente" e come interprete ufficiale. E' chiaro che la vita dei frati vissuta in fedeltà al carisma, le ricerche sceintifiche, la risposta ai segni  dei tempi possono aprire nuove prospettive: ma il punto di riferimento autoritativo è il Capitolo Generale che deve fare le sue scelte e deve anch'essa saper prendere decisioni e chiamare a rispondere della esecuzione  dei suoi indirizzi ogni autorità inferiore.

Ma è soprattutto nell'animzione continuata, paziente, ma insistente e intelligente  di ogni autorità "personale" a qualunque livello che si rende effettiva la "comunione" dell'ordine. Le nostre Costituzioni scrivono in proposito:

L'autorità consolida l'unità dell'Ordine, "fondata sulla carità e la concorde cooperazione al raggiungimento dell'ideale" ci anima a prefiggerci mete sempre più alte e a tradurre in pratica le norme che vengono dall'autorità della Chiesa e quelle che ci siamo prefisse collegialmente con il consenso dei fratelli. (n. 206). E' recepito quanto detto dal PC 14 e can.617, 618 e -619. Il superiore non è custode dello status quo che cerca di non scomodare i "frati che dormono", o che si limita ad attendere eventuali iniziative di singoli.

"Il Priore, consapevole che al centro della comunità è presente Cristo e il suo Vangelo, si pone al servizio della volontà di Dio, e dei fratelli, guidandoli all'obbedienza a Cristo, attraverso il dialogo e opportuno discernimento, pur rimanendo ferma la sua autorità di decidere e di comandare ciò che si deve fare. Il Priore nella comunità è stimolo a vivere il nostro carisma ed è segno e stimolo di unione" (Cost. n.48; IL n. 14).

L'obbedienza a Dio ci coinvolge sia personalmente , sia comunitariamente: La comunità infatti è "il luogo dove si ricerca insieme la volontà  di Dio. In questa ricerca siamo discepoli gli uni degli altri e corresponsabili del carisma." (Cost. n.47)

L'Autorità svolge un compito di promozione dell'unità o unificazione-integrazione  anche delle componenti del carisma:  bada che si rispettino le priorità i dinamismi e il giusto equilibrio delle componenti dell'identità carismatica, nei fatti e non sulla carta, nel progetto comunitario, nelle strutture della Provincia (Costituzioni nn.14-249 e nella proposizione simbolica dei modelli ispiranti (Cost.25-27).

"Equilibrio tra preghiera e lavoro, tra apostolato e formazione, tra impegni e riposo" (VF 50b), tra esigenze del frate, esigenze della comunità e missione nella Chiesa. Le nostre Costituzioni si preoccupano anche di questo equilibrio (n.34,§1).

I documenti della Chiesa e quelli dell'Ordine, specialmente in questi ultimi tempi ricordano l'esigenza di una decisione finale dell'Autorità e del dovere di fare eseguir ciò che si è deciso: (Cost. n.48; VF 50c; VC 43): "Una volta presa una decisione, secondo le modalità del diritto proprio, si richiede costanza e fortezza, perché quanto deciso  non resti solo sulla carta" (VF 50c). E' il problema suscitato in Capitolo Generale (2001): "Perché i nostri bei documenti "restano sulla carta"? (Carisma "incartato" anziché "incarnato"). Chi esercita l'autorità non può abdicare al suo compito di primo responsabile della comunità" (VC 43). E' un ufficio pastorale, obbliga in coscienza.

Il richiamo a decidere e a far eseguire non cancella lo stile di partecipazione, dialogo, rispetto, ricerca della "volontaria soggezione", ma vuole evitare l'infedeltà della inconcludente staticità e"il dovere di consolidare la comunione fraterna e non vanificare l'obbedienza professata" (VC 43).

Nemmeno i superiori sono dispensati dal voto di obbedienza alle Autorità superiori e soprattutto alla volontà di Dio, al quale dice il Concilio (PC 14)  con espressione che suonano di altri tempi "dovranno rendere conto delle anime loro affidate". Non dimentichiamo che siamo responsabili anche del compito di correzione (Regola n.15) Non si può costringere ad amare e perciò il potere coercitivo non ottiene questo scopo dell'Autorità, salvo che serva a far riflettere l'interessato: ma lo scopo di difesa della comunione nella vita religiosa, della sua fedeltà al carisma, dei suoi impegni verso terzi (i fedeli etc)  giustifica, in casi estremi, quel ricorso. Se non altro per dire ai fedeli fiduciosi: questo frate non è più in comunione con noi. Non è legittimato a rappresentarci. E' teologia "morale" questa: il diritto vuole essere uno strumento di difesa.

6. Stile di esercizio dell'Autorità

Quello che abbiamo detto or ora non è la normalità, grazie a Dio. La teologia dell'Autorità  ha le sue conseguenze sullo stile di esercizio: è  lo stile di Dio, manifestato in Cristo Gesù.

"Fare le veci di Dio", essere docili alla sua volontà, esprimere la carità paterna di Dio, nei confronti dei religiosi affidati alle proprie cure:  è un impegno ascetico-mistico di conformazione alla carità di Dio Padre, che tratta da "figli",  al suo modo di rispettare la dignità e libertà dell'uomo (PC 14; can. 617;618; 619). Si può anche pensare a una "spiritualità dell'Autorità".

Conclusioni

Nella Rubrica Prima delle Costituzioni , pervenute a noi nella redazione del Capitolo Generale del 1281, (ma probabilmente risalente nella sua prima stesura al 1247)  troviamo anzitutto la preoccupazione che " i più giovani nel nostro Ordine, non sanno rispondere a chi domanda loro: Da chi siete stati fondati?  Come avete avuto origine? " e si premurano di fornire loro "una formula di risposta scritta": in capitoli successivi questa formula cresceva, aggiungeva nuovi elementi, segno che ci si adattava a nuove obiezioni e domande che provenivano dall'esterno. Oggi diremmo che ci si preoccupava delle "nuove sfide" e si cercavano risposte convincenti collegialmente. Sappiamo quale svolta epocale ci siamo trovati ad affrontare dal Concilio Ecumenico Vaticano II in poi. Ho partecipato ai Capitoli Generali, da quello speciale del 1968  fino all'ultimo: sono testimone del cammino che ha portato l'Ordine a riformulare la sua tradizione. Tenendo anche unite le varie sensibilità culturali. Il lavoro "letterario" sembra essere arrivato a un risultato soddisfacente (anche mai definitivo): così pensano molti "giovani" nell'Ordine (Per es. i Formatori). Qual è il prossimo passo?

Cerchiamo insieme i mezzi perché questo dono scritto sulla carta sia in grado di iscriversi nel cuore. Il "carisma dell'autorità" ci è donato per questa missione.

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Eventuali domande per il gruppo:

1.   Quale posto occupa nell'esercizio effettivo della mia autorità il carisma dell'Ordine?
2.   In quale atteggiamento mi pongo davanti alla formulazione ufficiale del Carisma (vita spirituale e Missione) come formulato nei documenti ufficiali? (Costituzioni, RIVC…)
3.   Quali strategie sono necessarie perché le parole del Carisma trasformi le "strutture di coscienza" di ogni frate?


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Ultima revisione: 6 settembre
2003